LONG ROAD OUT OF EDEN - Eagles
2007 - ASCAP Records - produz. Eagles
Rido, rido e ancora rido.. continuate ad ascoltare tutta la merda che passa Mtv e soci. Forse ve la meritate! Intanto io godo ascoltando cosa sono riusciti a creare questi 'vecchietti' illustri. La title-track è un monumentale inno al godimento sonoro, dieci minuti e 07 di estasi. ''Ho sognato che non c'era la guerra''! Ho sognato che non esisteva più il tubo catodico e si ritornava a quel pezzo di similplastica chiamato vinile...solo suoni e pace...membra rilassate e false elucubrazioni mentali...rinascita...vecchio west...da solo in un deserto... diseredato da Dio...fuori dal 'giardino'...il bisogno impellente di alienazione...sospiri...fiato lento...chiudo gli occhi...li riapro...now!
HOTEL CALIFORNIA - Eagles
1976
Quante storie, quante dicerie, quante speculazioni per uno degli album più blasonati e più oscuri della storia!? Le meravigliose aquile americane, magistralmente e in maniera tecnicamente e auditivamente perfetta, producono un'opera carica di cuore e di suoni sperduti ma rigogliosi. La voglia di rinascita mista a stanchezza emotiva sono evidenti sin dai primi arpeggi di "Hotel California" che erge il maestro Don Felder ad autore dai mille volti e capacità. La bellezza del brano sta anche nella voce struggente e acida del batterista Don Henley che ad ogni presa di fiato ricorda quanto sia dura 'uccidere la bestia' ("but they just can't kill the beast") dello show-business che all'epoca li attanagliava demolendoli ad ogni sprazzo di ripresa. L'assolo di oltre due minuti di chitarra elettrica sul finale è di quelli immortali che riconduce alle esecuzioni più belle di Page o Gilmour, i grandi insomma. Molti lo definiscono Southern Rock ed è proprio il sole del sud che risplende sugli Eagles nella seconda ballata country "New kid in town". La freschezza esecutiva e il tepore si avverte ad ogni tocco e riscalda il cuore nei momenti più bui e freddi. La parte corale è pregiata e non tentenna assolutamente neanche sulle seconde voci che si fanno frequenti e intonate non invadendo la parte melodica che si erge a protagonista indiscussa. La perla risulta essere "Life in the fast lane", la gioia del rock classico, la sprezzante parte vocale di Don Henley e l'aggressività che conduce il ritmo roccioso frastagliato da una chitarra elettrica a tratti selvaggia e distorta su arpeggi e assoli di chiaro stampo blues come solo il Southern Rock regala in via originale. La chitarra solista in questo caso è di Joe Walsh che suffraga il suo brevetto chitarristico a suon di colpi violenti. Il dolce passaggio del vento fresco in una giornata torrida risuona in "Wasted time", brano di diffile esecuzione in quanto carico di passione e sofferenza accompagnata dal piano acustico di Glenn Frey co-autore assieme al maestro Don Henley che infonde ad ogni nota cantata struggente amarezza. Sulla parte centrale l'uso degli archi è azzeccato e mai ostentato nè in fatto di volumi nè come presenza impositiva. Peculiarità del brano la ripresa in "Wasted time (reprise)" della parte orchestrale che ben si addice ad un'atmosfera cinematografica e chiude in 1'23" i battenti. Il rock imperioso riemerge in "Victim of love" sulla prima parte della traccia per lasciare successivamente il testimone ad un ritornello più morbido e in accordi in maggiore. Il resto è chitarra spasmodica e che ricorda i tempi psichedelici sull'assolo. Esce dal coro "Pretty Maids all in a row" scritta a due mani dall'organista Joe Walsh e Joe Vitale che selezionano un brano d'annata dai tempi da swing lento in chiave quasi foxtrot. Ed è proprio Walsh che si esibisce alla voce quasi lasciata solitaria da una sezione ritmica essenziale e a tratti quasi assente se non fosse per il charleston. Elegante il coro sussurrato ad libitum. Anche il bassista dice la sua in "Try and love again" cantando il suo brano e curando la sua chitarra basso su toni country-blues e mezzi toni appartenenti al genere. L'impatto vocale non è come quello del collega Don Henley sotto l'aspetto della timbrica importante ma cura meglio le note alte e chiuse definendo così un suo proprio stile su queste caratteristiche. Il sipario viene calato su "The last resort", ballata romantica e dai toni malinconici che caratterizzano la band in questione. Alla voce torna Don Henley che firma anche il brano assieme a Frey. A metà percorso partecipano gli archi che a suon di batteria perfettamente cadenzata danno importanza alla suite per poi scivolare nel baratro del pianoforte accompagnato esclusivamente da suoni provenienti dalla psichedelia dei fluidi rosa e dalla voce, ma per pochissimo tempo, garantendo così un finale imperioso sia in fase vocale che nelle melodie strumentali proprie dei fiati e degli archi che chiudono con l'amaro in bocca le corroboranti speculazioni sonore.