THE RISE AND FALL OF ZIGGY STARDUST AND THE SPIDERS FROM MARS - David Bowie
1972
I mille volti di un'artista che dire eclettico e completo è dir pochissimo se non nulla! Uno dei primi 'concept album' che la discografia ci abbia donato, questo è il termine giusto, donato! Chiunque dovrebbe possederlo! Travestito da alieno proveniente da Marte 'il duca bianco' affascinato dalla figura della rockstar la impersonificherà e tenterà di salvare il mondo sull'orlo del baratro ma morirà suicida. Niente di più tragico e realista ci si poteva aspettare da uno degli artisti più sensibili e sempre e comunque in controtendenza a questo mondo impostore. La sensazione che rende quest'opera è quella di un tutt'uno ben amalgamato e radicale tale da costituirsi un capolavoro, uno dei pochi album perfetti, assieme a "Who's next", "Meddle", "Hotel California" e pochissimi altri. Il concetto appena espresso è reso chiarissimo sin dal principio con "Five years", prima traccia nonchè primo sfogo del 'duca' che ascolta attonito e incazzato l'annuncio che al pianeta terra restano cinque anni di vita. La disperazione si respira forte ed è avallata da un crescendo monumentale degli archi e della chitarra che diventa sempre più dura e cadenzata. I cori sul ritornello servono a rafforzare la desolazione che incombe sul pianeta. Il finale urlato è carico di apprensione e agghiacciante angoscia. Solo il cuore riesce ancora a salvare il mondo ed è chiaro con "Soul love" che fa incontrare tenacia e sentimenti nello stesso brano. La melodia passa dallo swing dolce al rock più selvaggio con una chitarra distorta sapientemente e un assolo sul finale che richiama la melodia iniziale cantata da Bowie. Il terzo passaggio è epocale, è il vademecum per il brano perfetto, se ne esistesse uno, "Moonage daydream" resta a tutt'oggi un caposaldo del repertorio del 'duca'. (Nel suo primo tour americano del '72 Bowie lo presentava come "scritto da Ziggy Stardust stesso") Il riff di chitarra sull'intro è da brivido e riempie a chiare note le viscere. Si assiste ad un crescendo di suoni che culmina in un orgasmo oltraggiosamente orgiastico di chitarra elettrica che fantastica tra le 12 note conosciute. La confusione organizzata regna sovrana e domina su tutto ciò che si interpone tra essa e la ragione. Il collasso dell'esistenza! Ma la presenza di Ziggy incombe sul pianeta terra solo al quarto brano, "Starman". Alterna parti cupe e inquietanti ad un ritornello fresco e speranzoso nonchè celeberrimo, riproposto in tutte le salse in questi anni e decisamente abusato. Ciò però non intacca lo smalto lucido ed elegante che invece esso possiede naturalmente. I continui e azzeccati cambi di tempo della batteria di Woodmansey conferiscono importanza e significato al concetto e guidano a tempo di swing e ballate d'altri tempi tutta la corroborante suite. Il finale cresce con la chitarra elettrica seguita esattamente dal cantato identico del 'duca'. "Non è facile arrivare al cielo quando tu stai andando giù". Niente di più vero in "It ain't easy", scritta da Ron Davies, che emerge come un toccasana per il palato amaro creatosi fin'ora. Non è comprensione, è puro realismo, quello che salverebbe il mondo. Lo sa bene Bowie che urla la sua apprensione e la rende corale sul ritornello scandendola chiaramente e suffragandola sul finale con l'ausilio dell'immancabile sorella chitarra che danza armoniosamente tra le note curate e a tratti distorte. "Lady stardust" pare sia dedicata all'amico Marc Bolan dei mitici T.Rex ma alcuni addebbitano le continue citazioni anche a Lou Reed dei Velvet Underground in riferimento soprattutto al termine 'Femme fatale' che richiama ad una loro canzone. Qui Bowie diventa leggermente più melodico e produce un ritmo malinconico ed essenziale soprattutto grazie all'uso della batteria leggera e di un pianoforte triste. "Star" rimarca invece i toni duri e veloci del rock 'n' roll anni '50 cantato a perdifiato e con riff non acculturati ma potenti e veloci. Singolare il cambio di tempo sul finire del brano che seziona il tutto in tre parti totalmente diverse da loro in fatto sia di metrica che di tempistica. Altra citazione celebre riguarda "Hang on to yourself", dove viene menzionato il gruppo di Ziggy ('Spiders from Mars') che Bowie conferendogli personalità carnale porterà in giro per tutto il tour. Il brano parte con un bel duetto di chitarra e batteria che a suon di rock primordiale celebra l'arte dell'arrangiarsi, evolvendosi poi in pensieri selvaggi come sostiene il 'duca' ad un certo punto, "l'amaro viene fuori meglio su una chitarra rubata". Inoltre sublime e delicato il breve assolo di chitarra a metà percorso. Ma ecco che come un ologramma prende vita l'arte musicale di Ziggy Stardust sul brano omonimo che già dal principio si cimenta in un riff celeberrimo e suggestivo che lascia il testimone sin da subito alla voce malinconica e rievocativa di Bowie, protagonista di sfumature vocali d'avanguardia che lo vedono eclettico e camaleontico. L'impero è dominato dal riff iniziale che si ripresenta inquietante sul tracciato diverse volte. La fine della rockstar è imminente e "facendo l'amore col suo ego Ziggy fu risucchiato nella sua mente". Il tutto nello scenario irreale di "Suffragette City". Rock 'n' roll spietato e veloce dai tratti hard e dai colori rithm'n blues. Evidente dagli assoli di chitarra estenuanti e le mezze note blues ripercorse dal basso veloce di Trevor Bolder. Disperazione, struggente realismo e irriverenza, ovvero "l'ascesa e il declino", in "Rock 'n' roll suicide" che vede la fine di una speranza decostruita, l'inutilità dell'amalgamarsi ("non lasciare che il sole bruci la tua ombra, non lasciarti stereotipare, sei così naturale, religiosamente irriverente"). L'arpeggio d'acustica sull'intro è implosivo e commovente sui suoi toni cupi e la voce di Bowie è sconfitta. Il mutamento avviene a metà brano dove i toni cupi lasciano il posto alla voglia di rinascita morale e della coscienza, segnata indelebilmente da un corale orchestrarsi di fiati sublimati dalla chitarra elettrica che suona note di resurrezione, "...oh gimme your hands."