Partecipano

venerdì, 29 febbraio 2008

OPERATION: MINDCRIME - Queensryche

1988 - EMI Records - produz. Peter Collins


Queensryche-Operation_MindcrimeDa uno dei più influenti produttori della scena metal degli anni '80 (vedi Alice Cooper, Rush, Alice in Chains solo per citarne alcuni) nasce questo concept album che ruota attorno alla vita e alle pazzie mentali indotte di 'Nikki', tossicodipendente manovrato tramite un simil-haiku, ovvero "mindcrime", per uccidere i potenti della terra. Il Dr. X è il malvagio che manovra Nikki e che lo ricatterà a suon di coca e prostitute fino al punto in cui... Ho detto fin troppo! L'album snocciola queste tematiche su suoni decisamente progressive-metal, tra l'altro chi sostiene che i Dream Theater siano i capostipiti del genere si sbaglia di grosso. La voce di Geoff Tate è tagliente e agghiacciante nella sua 'semplicità' edonistica. Praticamente una delle voci più belle del panorama metal degli ultimi 25 anni! "Revolution Calling" è pressante e opprimente come un blob pesantissimo che schiaccia il petto ma rende alla perfezione l'idea della svolta nel concept. Gli assoli serrati di DeGarmo e Wilton rinchiudono in un paniere le sollecitazioni spastiche dell'acciaio e lo rispediscono al mittente su cablature abusate e micidiali. Il Dr. X (interpretato nel seguito del concept uscito nel 2006 da Ronnie James Dio) detta leggi e regolamenti camuffati da frustrazioni coscienziali in "The mission", brano coriaceo e freddo nella sua integrità metal progressista, su assoli mai ostentati o da spocchia del genere ma sanguigni e da espressività eletta a regina. Tra gli altri spicca la superba "Eyes of a Stranger", a ragione entrata nella storia del metal con quella voce mastodontica che si chiama Tate e la melodia pura e minimale detta DeGarmo. La chiusura del concept è affidata alla voce soffiata e affaticata di Nikki che svela un colpo di scena... L'idea di proseguire e concludere la storia con un "Operation: Mindcrime II", con i suoi toni meno incisivi, è stato forse l'unico passo falso di questa band che ha istituito un vero e proprio genere seguendo la scia di quei gruppi che in passato avevano iniziato a sperimentare l'associazione del progressive al metal...abbinata azzeccata ed altamente emozionale...ma che spesso, anche ai giorni nostri, rischia di diventare una sfilata di assoli perfetti ma inespressivi ("Octavarium" dei Dream Theater su tutti). Non è questo il caso dei Queensryche, dove non esiste il mettersi in mostra ma la mostra stessa! "I remember now"!

postato da: Jegervoice alle ore 09:34 | link | commenti (14)
categorie: queensryche, concept album
venerdì, 20 aprile 2007

THE WALL - Pink Floyd

1979


wallAlienazione, sofferenza, protesta, congiura, indipendenza, rinascita. Sono queste assieme a molte altre le caratteristiche di uno dei concept album più famosi e meglio riusciti dell'utimo trentennio discografico e forse anche più. Stanco ed insofferente della solita angoscia agonizzante l'eclettico Roger Waters chiama a sè i suoi colleghi quasi esclusivamente per la registrazione finale che lui decide e guida come un burattinaio fa con i suoi giocattoli. Il tutto nasce da un fan sfegatato che ad un concerto dei nostri fa lo scalmanato in prima fila facendosi fin troppo notare dal noto bassista il quale è addirittura 'costretto' a sputargli addosso tutta la sua rabbia, anche in senso letterale. Ed è così che viene concepito Pink, protagonista di quest'opera, maturando un continuo distacco dell'artista nei confronti del suo seguito, dei suoi seguaci, del suo essere artista. La disperazione è presente in tutti i brani e affonda le radici sin dall'inizio con "In the flash?", brano ormai entrato di diritto assieme a molti altri di questo doppio, nel repertorio dei Pink Floyd. La chitarra regna sovrana dopo pochi secondi su una sezione ritmica dura e tribale come solo Mason è capace di riprodurre dall'alto dei suoi avambracci. La voce di Waters è nervosa e grossa come sempre e detta legge invocando la ribellione agli astanti militarizzati pronti a seguire ogni suo ordine. I suoni psichedelici e agghiaccianti sul finale rendono chiaro il messaggio di distruzione facendo da preludio al celeberrimo pianto nervoso del bimbo che introduce "The thin ice" dove aleggia onnipresente la voce di Waters sul piano meticoloso e saltellato di Wright che consegna il testiome all'assolo distorto di Gilmour che traccia il binario di partenza per il brano culto che negli anni ha motivato mille cause e altrettante emozioni, "Another brick in the wall - part 1". L'arpeggio di chitarra è ipnotico ma fa solo da annunciazione a ciò che verrà più tardi nelle altre due parti dello stesso brano, che racchiude in sè un crescendo di toni ed escoriazioni. Passando per l'elicottero in atterraggio di "The happiest days of our lives" e la batteria volutamente fredda e calcolatrice di Mason (o Waters potremmo dire) si capitola nella celeberrima e suggestiva "Another brick in the wall - part 2" con il suo assolo di chitarra etereo che scandisce la ribellione giovanile nei confronti di un'industria scolastica obsoleta ed eccessivamente punitiva. I cori dei ragazzini sul ritornello sono perfetti sia nell'intonazione che nella sensazione di disagio che si percepisce e fanno abile consegna ad uno degli assoli più belli di chitarra che la scuola inglese ci abbia mai consegnato, il tormento è percepibile ad ogni singolo passaggio di corda elettrica. Non è il virtuoso che ne esce, è il cuore di Dave che emerge come re indiscusso delle viscere. Ma viene tutto cancellato in "Mother" dove Roger si scontra col suo passato rivedendo una madre eccessivamente protettiva e onnipresente che lo angoscia ad ogni suo 'starnuto' vietandogli la gioia presente nell'esplorazione della vita. La chitarra acustica è leggiadra ma disperata e fa da accompagnamento per quasi tutto il brano assieme ad una sezione ritmica essenziale che sposa perfettamente l'idea di sdoppiamento che attanaglia l'artista quando si trova a dover combattere contro se stesso e i suoi valori primordiali. La seconda parte suona accordi maggiori ed aperti per indicare la speranza di rinascita morale, dal punto di vista di chi vuole, attraverso i suoni, ricondurre il tutto al benessere interiore, alla pace che solo una buona melodia regala. Ed è proprio la consapevolezza di ciò che siamo e dove andremo a finire che emerge nei successivi due brani "Goodbye blue sky" ed "Empty spaces" peculiari nell'utilizzo delle sezioni corali arrangiate in versione quasi gospel nel primo caso e che ben si collegano ai suoni elettrici e galoppanti nel secondo, con una voce di Waters effettata a dismisura che fa da preludio al rock duro e aggressivo della magistrale "Young lust" cantata selvaggiamente e senza mezze misure definendo le qualità canore di Roger che si esibisce in timbriche appartenenti ai cantanti hard-rock. Il tutto è impreziosito a metà percorso dalle dieci dita di Dave che rendono l'assolo di chitarra un pilastro portante del brano inacidendo l'intera traccia a colpi di corde. Tramite due passaggi obbligati ("One of my tires" e "Don't leave me now") e che vedono in primo piano delle voci concitate e nervose che discutono animatamente ed una parte melodica a tratti scarna ma non per questo secondaria giungiamo all'acculturata "Another brick in the wall - part 3" introdotta dalla rottura disperata di Pink, in preda ad una crisi nervosa, di un televisore e fatta passare per una chitarra elettrica, più distorta e disperata che mai, che suona la stessa melodia presente nelle altre due parti precedenti, non fa differenza neanche la sezione vocale anche se cantata con delle varianti pregiate e più dure presenti solitamente nei brani metallici. Non resta che salutare il mondo crudele sulle note provenienti  dai tappeti di organo della brevissima e struggente "Goodbye cruel world". Psichedelia e sperimentazione sulle note iniziali della celestiale "Hey you". Il brano viene da altri pianeti sconosciuti che solo Roger conosce ma che sembrano stupendi a giudicare dai risultati. La traccia è chiaramente strutturata in due parti sostanziali, la prima morbida e la seconda dura e aggressiva segnata dalla voce altissima di Waters che non riconosce di non essere un cantante metal...ma se ne fotte e fa bene! Appena dopo l'assolo immancabile ed elettrizzante di Gilmour si percepisce la liberazione morale nel coro pregiato dei quattro, che sull'ugola lancinate del bassista chiude i battenti con un'eco trasandata e martellante ("hey you! don't tell me there's no hope at all, together we stand, divided we fall"). L'inquietudine assale e colpisce dietro di noi, chi c'è lì fuori? Forse c'è qualcuno in casa o forse no, forse la troppa voglia di estraniarci ci ha lasciati eccessivamente soli con noi stessi. La sensibilità non abita più da noi, è scappata in preda al panico. Forse è meglio lasciarsi cullare dalla propria insensibilità, forse si vive meglio, ci si cura meglio le ferite che la troppa empatia dona in quantità. Meglio lasciarsi curare dalla sconcertante armonia sonora di "Comfortably numb", assieme a "Young lust" e poche altre scritta anche da Gilmour. E' la gioia delle orecchie e del cuore, si viene pervasi dal desiderio di fuga. Non poteva concludere se non con una assolo magistrale e monumentale che gli anni non scalfiscono minimamente se non nella sua originalità propria della giovinezza compositiva dell'epoca. L'attacco dell'assolo sul finale vale da solo l'intera discografia dei Pink Floyd 'post-Waters-ERA' ergendo a leggendaria quest'opera che risulta essere caldissima e dispensatrice di verità postume. Quasi due minuti di scioccante capacità espressiva e micidiale nella sua freschezza e aggressività mai fine a se stessa. Dai toni bassi si passa ai toni alti della tastiera della chitarra che giunge fino a mete ancora oggi oscure. La sensazione sulla parte 'ad libitum' è di disagio e nostalgia. Grazie Dave! Esce dal coro stilistico "The show must go on" che introduce nuove sonorità melodiche di gusto più morbido e meno affilate, ma sono solo un preludio alla ripresa di "In the flash" che sul principio aveva sconcertato nella sua allarmante caratteristica graffiante, ed ora sulle stesse note riecheggia più consapevole che precedentemente, avallata dalla mancanza nel titolo della peculiarità interrogativa. Ma la fuga non salva dalle conseguenze derivanti dalle  proprie speculazioni. La chitarra con un riff devastante ma basilare attanaglia in una morsa "Run like hell", che per tutta la durata erge a solista la voce frastagliata di Waters e le distorsioni ben curate e psichedeliche di Gilmour. Forse la fuga serve solo a superare il muro che ci separa da noi stessi. Una volta scavalcata la muraglia "Outside the wall", con i suoi fiati e cori ancestrali, risuona come una liberazione definitiva ma non lenitiva. L'artista non esiste! Altri brani presenti: "Is there anybody out there?", "Nobody home", "Vera", "Bring the boys back home", "Waiting for the worms", "Stop", "The trial".

postato da: Jegervoice alle ore 09:01 | link | commenti (13)
categorie: pink floyd, concept album
mercoledì, 11 aprile 2007

THE RISE AND FALL OF ZIGGY STARDUST AND THE SPIDERS FROM MARS - David Bowie

1972


ziggyI mille volti di un'artista che dire eclettico e completo è dir pochissimo se non nulla! Uno dei primi 'concept album' che la discografia ci abbia donato, questo è il termine giusto, donato! Chiunque dovrebbe possederlo! Travestito da alieno proveniente da Marte 'il duca bianco' affascinato dalla figura della rockstar la impersonificherà e tenterà di salvare il mondo sull'orlo del baratro ma morirà suicida. Niente di più tragico e realista ci si poteva aspettare da uno degli artisti più sensibili e sempre e comunque in controtendenza a questo mondo impostore. La sensazione che rende quest'opera è quella di un tutt'uno ben amalgamato e radicale tale da costituirsi un capolavoro, uno dei pochi album perfetti, assieme a "Who's next", "Meddle", "Hotel California" e pochissimi altri. Il concetto appena espresso è reso chiarissimo sin dal principio con "Five years", prima traccia nonchè primo sfogo del 'duca' che ascolta attonito e incazzato l'annuncio che al pianeta terra restano cinque anni di vita. La disperazione si respira forte ed è avallata da un crescendo monumentale degli archi e della chitarra che diventa sempre più dura e cadenzata. I cori sul ritornello servono a rafforzare la desolazione che incombe sul pianeta. Il finale urlato è carico di apprensione e agghiacciante angoscia. Solo il cuore riesce ancora a salvare il mondo ed è chiaro con "Soul love" che fa incontrare tenacia e sentimenti nello stesso brano. La melodia passa dallo swing dolce al rock più selvaggio con una chitarra distorta sapientemente e un assolo sul finale che richiama la melodia iniziale cantata da Bowie. Il terzo passaggio è epocale, è il vademecum per il brano perfetto, se ne esistesse uno, "Moonage daydream" resta a tutt'oggi un caposaldo del repertorio del 'duca'. (Nel suo primo tour americano del '72 Bowie lo presentava come "scritto da Ziggy Stardust stesso") Il riff di chitarra sull'intro è da brivido e riempie a chiare note le viscere. Si assiste ad un crescendo di suoni che culmina in un orgasmo oltraggiosamente orgiastico di chitarra elettrica che fantastica tra le 12 note conosciute. La confusione organizzata regna sovrana e domina su tutto ciò che si interpone tra essa e la ragione. Il collasso dell'esistenza! Ma la presenza di Ziggy incombe sul pianeta terra solo al quarto brano, "Starman". Alterna parti cupe e inquietanti ad un ritornello fresco e speranzoso nonchè celeberrimo, riproposto in tutte le salse in questi anni e decisamente abusato. Ciò però non intacca lo smalto lucido ed elegante che invece esso possiede naturalmente. I continui e azzeccati cambi di tempo della batteria di Woodmansey conferiscono importanza e significato al concetto e guidano a tempo di swing e ballate d'altri tempi tutta la corroborante suite. Il finale cresce con la chitarra elettrica seguita esattamente dal cantato identico del 'duca'. "Non è facile arrivare al cielo quando tu stai andando giù". Niente di più vero in "It ain't easy", scritta da Ron Davies, che emerge come un toccasana per il palato amaro creatosi fin'ora. Non è comprensione, è puro realismo, quello che salverebbe il mondo. Lo sa bene Bowie che urla la sua apprensione e la rende corale sul ritornello scandendola chiaramente e suffragandola sul finale con l'ausilio dell'immancabile sorella chitarra che danza armoniosamente tra le note curate e a tratti distorte. "Lady stardust" pare sia dedicata all'amico Marc Bolan dei mitici T.Rex ma alcuni addebbitano le continue citazioni anche a Lou Reed dei Velvet Underground in riferimento soprattutto al termine 'Femme fatale' che richiama ad una loro canzone. Qui Bowie diventa leggermente più melodico e produce un ritmo malinconico ed essenziale soprattutto grazie all'uso della batteria leggera e di un pianoforte triste. "Star" rimarca invece i toni duri e veloci del rock 'n' roll anni '50 cantato a perdifiato e con riff non acculturati ma potenti e veloci. Singolare il cambio di tempo sul finire del brano che seziona il tutto in tre parti totalmente diverse da loro in fatto sia di metrica che di tempistica. Altra citazione celebre riguarda "Hang on to yourself", dove viene menzionato il gruppo di Ziggy ('Spiders from Mars') che Bowie conferendogli personalità carnale porterà in giro per tutto il tour. Il brano parte con un bel duetto di chitarra e batteria che a suon di rock primordiale celebra l'arte dell'arrangiarsi, evolvendosi poi in pensieri selvaggi come sostiene il 'duca' ad un certo punto, "l'amaro viene fuori meglio su una chitarra rubata". Inoltre sublime e delicato il breve assolo di chitarra a metà percorso. Ma ecco che come un ologramma prende vita l'arte musicale di Ziggy Stardust sul brano omonimo che già dal principio si cimenta in un riff celeberrimo e  suggestivo che lascia il testimone sin da subito alla voce malinconica e rievocativa di Bowie, protagonista di sfumature vocali d'avanguardia che lo vedono eclettico e camaleontico. L'impero è dominato dal riff iniziale che si ripresenta inquietante sul tracciato diverse volte. La fine della rockstar è imminente e "facendo l'amore col suo ego Ziggy fu risucchiato nella sua mente". Il tutto nello scenario irreale di "Suffragette City". Rock 'n' roll spietato e veloce dai tratti hard e dai colori rithm'n blues. Evidente dagli assoli di chitarra estenuanti e le mezze note blues ripercorse dal basso veloce di Trevor Bolder. Disperazione, struggente realismo e irriverenza, ovvero "l'ascesa e il declino", in "Rock 'n' roll suicide" che vede la fine di una speranza decostruita, l'inutilità dell'amalgamarsi ("non lasciare che il sole bruci la tua ombra, non lasciarti stereotipare, sei così naturale, religiosamente irriverente"). L'arpeggio d'acustica sull'intro è implosivo e commovente sui suoi toni cupi e la voce di Bowie è sconfitta. Il mutamento avviene a metà brano dove i toni cupi lasciano il posto alla voglia di rinascita morale e della coscienza, segnata indelebilmente da un corale orchestrarsi di fiati sublimati dalla chitarra elettrica che suona note di resurrezione, "...oh gimme your hands."

postato da: Jegervoice alle ore 09:47 | link | commenti (19)
categorie: david bowie, concept album