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mercoledì, 25 giugno 2008

CATEGORIA BLOG: "Alternative Rock" - Recensione a cura di CaptainHowdy.

THE DEVIL, YOU + ME - The Notwist

(2008 - Big Store/City Slang/Alien Transistor Records)


The_Notwist

Da sempre tra i gruppi preferiti di Yorke & co (ascoltate "Shrink" dell' '98 per capire da dove arriva "Amnesiac") i tedeschi Notwist sono tra le realta' piu' interessanti (e sottovalutate) che l'Indie abbia espresso negli ultimi 20 anni. Arrivati al "grande pubblico" solo con "Neon Golden" (2002) (vero capolavoro di folk-blues acustico "imbastardito" da un'elettronica minimale ed elegante), dopo piu' di dieci anni passati nel catalogo dei "bravi e sconosciuti", i quattro di Monaco ritornano dopo 6 anni di silenzio (relativo,visto che son stati impegnati in vari side-project) con "The Devil, you+me".

Sulla scia del mitico predecessore, questo nuovo lavoro, conferma l'infatuazione per le ambientazioni malinconiche ed oscure di una folktronica elegante che crea atmosfere rilassate e rarefatte, cullando l'ascoltatore in un susseguirsi di onde ipnotiche. La caratteristica principale (che ad un primo solitario e distratto ascolto puo' diventare difetto importante) e' l'assoluta assenza di picchi: in questo "mondo capovolto" (indietronic?) proposto dai Notwist, questa volta, infatti non esistono tempeste emotive alla "Pilot" ma l'esperienza e' piu' simile ad una gita sulle acque tranquille di un lago di montagna dove la "stabilita'" esterna, a forza di piccoli ammalianti richiami, prima o poi entra dentro ad instillare emozioni.

Un gioco di richiami a 40 anni di blues e folk (parecchie le "influenze" che si posson cogliere) posto su di un tappeto elettronico che,rispetto al passato, sfocia ancor piu' verso una psichedelia moderna e' come si puo' riassumere "The Devil, you+me": album ancora una volta non facile che va ascoltato e riascoltato per coglierne appieno le caratteristiche "mesmerizzanti". Un equilibrio fragile, ma perfettamente stabile, posto a cristallizzare un mondo acustico ed elegante, cosi' come lo vorremmo tutti.

Se il risultato pressoche' perfetto colto in "Neon Golden" resta inarrivabile bisogna comunque ammettere che i Notwist, ancora una volta, non si limitano a "sparare nel mucchio" ma creano qualcosa di molto personale e a suo modo avanguardistico (ne riparleremo tra qualche anno) e canzoni come "Good Lies", "Hands on Us" ma soprattutto l'affascinante nel suo "su e giu' emozionale" "Boneless" splendono se poste come piccole gemme all'interno di un panorama (quello musicale degli anni zero) che e', a parte poche eccezioni, fin troppo spoglio. Divertente accorgersi del fatto che a riempire questo vuoto ultimamente ci pensi solo il minimalismo...
postato da: Jegervoice alle ore 13:41 | link | commenti (7)
categorie: musica, minimalismo, notwist, alternative rock
mercoledì, 28 maggio 2008

CATEGORIA BLOG: "Alternative Rock" - Recensione a cura di CaptainHowdy.

THIRD - Portishead

(2008 - Island Records - produz. Barrow/Utley)


Portishead-third

Li avevamo lasciati nel '98 con "Live Roseland NYC" che sanciva un' ideale conclusione di quel calderone sonoro che nei '90 prese il nome di Trip-Hop: dopo 10 anni (11 dall' ultimo in Studio) i Portishead ritornano con "Third" e non riprendono per nulla da dove avevano lasciato.
Una decade di assenza e' difficile da digerire ed infatti il trio inglese ne ha avuti strappi interni da ricucire per poter mettere insieme suoni ed emozioni che mescolate danno il La (se i tre vorranno) ad una nuova esperienza che si allontana definitivamente dai cliche' del Bristol Sound.

"Third" e' tutto o niente, "Third" non ha compromessi: nulla di questo disco si avvicina veramente al Trip-Hop come fin'ora lo avevamo concepito ma tutto ci riporta ad una summa riassuntiva di molteplici esperienze nineties (la loro ma pure quelle dei Massive Attack e di Tricky) sapientemente mescolate cosi' da generare qualcosa di assolutamente primigenio e in tutto cio' a sopravvivere e' solo il loro marchio di fabbrica: quel minimalismo giocato sugli equilibri ritmosintetici tanto cari al decadentismo di matrice elettronica inglese.

"Third" nel suo essere proiettato dal passato dritto dritto nel futuro merita lo status di capolavoro: partendo dalle consuete atmosfere Noir anni '40 i Portishead ci portano in viaggi sonori che sfociano in mondi e tempi diversi, rinunciando completamente a qualsiasi tentazione easylistening: un disco tagliente seppur raffinato, aggettivi che trovano rifugio sicuro, ancora una volta, nella voce di Beth Gibbons plasmata da bourbon e sigarette, assolutamente micidiale nella sua apparenza indifesa.

Talmente pericola che ci convince delle sue buone intenzioni quando invece canzoni come l'industriale "Machine Gun", l'avvolgente "The Rip", la psichedelica "We carry on" e l'orientaleggiante "Magic Doors" ci trafiggono con le loro liriche una volta in piu' ammantate di una malinconia lacerante: questi sono i Portishead signori: e' un loro disco e va ascoltato solo se si sa a cosa si va incontro.
postato da: Jegervoice alle ore 08:20 | link | commenti (14)
categorie: musica, portishead, alternative rock
mercoledì, 30 aprile 2008

CATEGORIA BLOG:  "Alternative Rock" - Recensione a cura di CaptainHowdy.

IN RAINBOWS - Radiohead

(2007 - Download/XL,TBD - produz. Nigel Godrich)


In_Rainbows_Official_Cover“In Rainbows” è stato sicuramente l'album più atteso dello scorso anno. “In Rainbows” doveva riportare i Radiohead ai livelli pre “Amnesiac”. “In Rainbows” è stata la più importante operazione di marketing sotterraneo nell'ambito della musica che la storia ricordi.

“In Rainbows” è un disco più che dignitoso.

Salutato ,all'uscita, da tutti (o quasi) i fan del gruppo di Oxford come capolavoro assoluto, a distanza di qualche mese e passata l'onda d'urto, senza troppe chiacchiere attorno appare per quel che realmente è: un buon album composto da un grande della musica, immerso nell'autunno della sua carriera, desideroso di lasciare ancora (e giustamente visto il calibro) qualche traccia ai posteri.

A dire la verità, se confrontato con il già citato “Amnesiac” e soprattutto con “Hail to the Thief", l'operazione puo' dirsi riuscita. Scevro, o quasi, da inutili sperimentalismi auto compiacenti, su cui Yorke si era testardamente incaponito, il disco appare come una summa di tutto quello che i Radiohead son stati e han rappresentato per tutti i '90, sia nel loro periodo più “easy” che in quello più sperimentale: in un certo senso lo si può considerare come un “Best of” ma non fatto di canzoni ma bensì di suoni, emozioni e sensibilità. Senza mai una caduta di stile.

E' ovvio che questo particolare se da una parte può apparire come il punto forte, suscitando inevitabili e dolci malinconie, dall'altra può apparire anche come una pecca: il motivo si può ricondurre al luogo comune “niente di nuovo sotto il sole”. Per esser chiari la sensazione non è quella del già sentito, per carità, ma alla fine più che esser soddisfatti dall'ascolto incombe il desiderio di andarsi ad ascoltare il materiale vecchio (personalmente “Kid A”): cosa che, credo, al momento di concepire il tutto, Yorke avesse ben in testa (quasi si sentisse pure lui orfano di quello che è stato). Cose, quindi, che gli si possono perdonare volentieri: valori aggiunti (d'ispirazione e tecnici) ,infatti, son presenti in questo disco e traccie come “Bodysnatchers” (con un auspicato ritorno ad un sound più chitarroso) o la ipnotica “House of Cards” resteranno a lungo nella nostra memoria.

Un disco creato per ravvivare bei ricordi quindi più che per stupire con nuove cose , ma lo accettiamo più che volentieri così com'e'.

postato da: Jegervoice alle ore 10:08 | link | commenti (24)
categorie: musica, radiohead, alternative rock