CATEGORIA BLOG: "Heavy Metal" - Recensione a cura di Efilnikufesin.
DIATRIBES - Napalm Death
(1996 - Earache Records - produz. Colin Richardson)

Genere: grindcore con influenze death/groove.
Line-up dell'album:
- Mark “Barney” Greenway (voce)
- Jesse Pintado (chitarra)
- Mitch Harris (chitarra)
- Shane Embury (basso)
- Danny Herrera (batteria)
I Napalm Death degli anni '90 si possono descrivere in tre modi: energetici, maturi ma poco genuini. Fuori dagli schemi logori di un grindcore che loro stessi avevano inventato e che rischiavano di finirne legati ad libitum, i Napalm Death di Diatribes dimostrano ancora una volta al mondo che la musica può reinventarsi attraverso le sonorità giuste, rimanendo pur sempre aggressiva e piena di forza.
Nonostante i dissidi interni che hanno minato più volte la stabilità di una line-up che ha già cambiato faccia molte volte fino a perdere quella originale nella quasi totalità, il sound che ne scaturisce da quest'album è comunque sorprendente: si parte con una base grindcore e poi si sfocia nel groove, contaminato da ritmi death e spezzoni industrial.
L'esempio viene da “Greed Killing” la traccia d'apertura, con riff serrati, spezzettati da breakdowns dal facile scapocciamento e cambi di tempo che invece di guastare l'equilibrio lo ricompattano; i testi spaziano, e riprendono tematiche già in Fear, Emptiness, Despair (1993) ed Utopia Banished (1992). La politica c'è ma non si sente, è stata accantonata di fronte a dilemmi umani, morali ed al crescente senso di solitudine ed avversità. Siamo lontani dallo “j'accuse” ultra-rumoroso di Scum (1987), tutto ha una consapevolezza maggiore ed il dito si sa puntarlo altrove – spesso verso se stessi. I testi traspirano sangue, sudore, lacrime ed adrenalina, tracce come “Placate, Sedate, Eradicate” oppure “Glimpse Into Genocide”, “My Own Worst Enemy” od anche la desolante “Cold Forgiveness” danno dimostrazioni a palate della caratura degli artisti. Su tutti va citato Danny Herrera, che in questo album è stato capace di elaborare pattern strumentali davvero ben fatti; un po' sottotono la coppia Pintado-Harris, buone macchine in sede live ma qui un po' meno, mentre Embury dà come al solito prova della sua validità nel gruppo. La produzione è buona, con un unico appunto sulla resa della doppia cassa e del rullante di Herrera, che spesso sembra che suonino da dietro un paravento di plastica. L'unica nota stonata, per il momento, è il grunt vocale di “Barney”, forse un po' troppo monotono e vero neo di tutta la maturità sonora dei ND.
Ed è proprio questa “maturità” a rovinare un po' la genuinità del loro sound. Va bene sperimentare, va bene tutto, ma ci sono momenti in cui ascolti le prime tre tracce e ti sembra che siano galattici, poi ascolti la quarta e ti ritrovi con un pezzo simil-hip-hop (!), ci rimani male soprattutto per il cantato di Mark Greenway, poi vai fino in fondo e capisci che di momenti buoni ce ne sono, però hai già il sentore che tra una decina di giorni non lo ascolterai più di tanto.
Per il resto, Diatribes è una grande prova di maturazione, che forse è arrivata troppo presto per loro.
