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mercoledì, 28 maggio 2008

CATEGORIA BLOG: "Alternative Rock" - Recensione a cura di CaptainHowdy.

THIRD - Portishead

(2008 - Island Records - produz. Barrow/Utley)


Portishead-third

Li avevamo lasciati nel '98 con "Live Roseland NYC" che sanciva un' ideale conclusione di quel calderone sonoro che nei '90 prese il nome di Trip-Hop: dopo 10 anni (11 dall' ultimo in Studio) i Portishead ritornano con "Third" e non riprendono per nulla da dove avevano lasciato.
Una decade di assenza e' difficile da digerire ed infatti il trio inglese ne ha avuti strappi interni da ricucire per poter mettere insieme suoni ed emozioni che mescolate danno il La (se i tre vorranno) ad una nuova esperienza che si allontana definitivamente dai cliche' del Bristol Sound.

"Third" e' tutto o niente, "Third" non ha compromessi: nulla di questo disco si avvicina veramente al Trip-Hop come fin'ora lo avevamo concepito ma tutto ci riporta ad una summa riassuntiva di molteplici esperienze nineties (la loro ma pure quelle dei Massive Attack e di Tricky) sapientemente mescolate cosi' da generare qualcosa di assolutamente primigenio e in tutto cio' a sopravvivere e' solo il loro marchio di fabbrica: quel minimalismo giocato sugli equilibri ritmosintetici tanto cari al decadentismo di matrice elettronica inglese.

"Third" nel suo essere proiettato dal passato dritto dritto nel futuro merita lo status di capolavoro: partendo dalle consuete atmosfere Noir anni '40 i Portishead ci portano in viaggi sonori che sfociano in mondi e tempi diversi, rinunciando completamente a qualsiasi tentazione easylistening: un disco tagliente seppur raffinato, aggettivi che trovano rifugio sicuro, ancora una volta, nella voce di Beth Gibbons plasmata da bourbon e sigarette, assolutamente micidiale nella sua apparenza indifesa.

Talmente pericola che ci convince delle sue buone intenzioni quando invece canzoni come l'industriale "Machine Gun", l'avvolgente "The Rip", la psichedelica "We carry on" e l'orientaleggiante "Magic Doors" ci trafiggono con le loro liriche una volta in piu' ammantate di una malinconia lacerante: questi sono i Portishead signori: e' un loro disco e va ascoltato solo se si sa a cosa si va incontro.
postato da: Jegervoice alle ore 08:20 | link | commenti (14)
categorie: musica, portishead, alternative rock
mercoledì, 21 maggio 2008

BORN INTO THIS - The Cult

(2007 - Roadrunner Records - produz. Youth)


The_Cult_-_Born_into_This

Figli di una generazione storta e perversa ma dannatamente rock'n'roll i "The Cult" firmano il loro ottavo album (l'attesa è di sei anni dall'ultimo lavoro) all'insegna del sound originale che li ha fatti conoscere nei primi anni '80...sangue e viscere! Famosi per i loro continui cambiamenti di suono Ian Astbury e Billy Duffy, rispettivamente cantante e chitarrista, si armano di buoni propositi e spiazzando la critica e i fans realizzano quest'opera che esce fuori dagli altoparlanti senza filtri o 'patinamenti ottantini' di sorta. L'affiatato duo chiama al seguito due 'turnisti' d'eccezione, l'ex  bassista di Ozzy Osbourne, Chris Wyse, mentre alla batteria, per l'ennesima volta una novità, John Tempesta, picchiatore folle convinto del seguito di Rob Zombie & Co. Una volta al completo e messe da parte partecipazioni mondiali impegnative riassumono in dieci brani il loro spirito ribelle e aggressivo...partendo con la title track che su tonalità e timbriche sanguigne riporta al grunge di Seattle ma con l'impeto del punk di fine anni '70 a cui i "The Cult" sono sempre (o quasi, per via del periodo fortemente hard-rock che li ha contraddistinti dal terzo album in poi) rimasti fedeli. La chitarra di Duffy è perennemente vibrante e distorta ai massimi livelli con brevi ma intensi assoli che non sono per niente riconducibili all'hair metal ma trasmettono un'intensità tale da farti passare la voglia dei capelli ossigenati. Il primo singolo presentato in pompa magna dalla band è "Dirty Little Rockstar" che riassume in tre minuti e quaranta l'essenza ricercata dal gruppo, basso elettrico su note impenitenti, batteria nervosa e voce cupa e morbosa. L'inciso fa un pò il verso al 'già ascoltato' ma nell'insieme il suono è pieno e dissonante al punto giusto con una scala d'elettrica velocissima e pregiata sul finire con un Astbury che sputa al mondo intero la propria anima. Attenzione va data alla ballata "Holy Mountain" che trasuda di 'open The Doors' ed Indiani d'America con una voce profonda ed ispirata e una ritmica ipnotica. Sibillina e corposa invece "Sound of Destruction", che ruba il mestiere ai brani che hanno fatto epoca poggiando la timbrica su tappeti di chitarra ritmica sapiente e una batteria martellante e distruttiva. E' bello sapere che ci sono ancora i "The Cult"...siamo tutti più sicuri!
postato da: Jegervoice alle ore 09:48 | link | commenti (19)
categorie: musica, cult
mercoledì, 14 maggio 2008

RUBRICA BLOG:  "METEORE".

BLIND FAITH - BLIND FAITH

(1969 - Atco Records/Polydor - produz. Jimmy Miller)


Blind Faith

Scandalo, censura e accuse! Solo una contrapposizione scandalistica tra le origini e il futuro industriale dell'uomo. Mariora Goshen in copertina. All'interno, in piena creatività psichedelica questa 'Band Hero' registra un album esattamente diviso tra Blues, suoni lisergici e Rock classico. E' l'unica perla che ci lasciano i quattro mattatori, unico album, unica fatica, unico tour. Si parla di Band Hero proprio perchè i componenti che la costituiscono sono unici nel loro genere...basta citarli! Eric Clapton, Steve Winwood, Ginger Baker e Ric Grech. Il primo assieme a Baker abbandona il progetto "Cream" e fonda assieme agli altri questo progetto ambizioso. I sei brani sono eterei ed eterni, vere chicche per ogni cultore del genere, se ne esiste uno. Apprezzatissima anche la versatilità vocale e creativa di Winwood, diviso tra la superband "Traffic" (autrice di un jazz-rock d'avanguardia) e questo progetto. La sua voce è acida e sibillina ma si trasforma in canzonatoria in brani memorabili come "Do what you like" creata dal batterista 'superdotato' Baker che lascia spazio ad assoli di chitarra dall'espressione avvolgente, virtuosismi di basso ipnotici e a smancerie da percussionista con collasso finale in archi e organi avvolgenti e micidiali nella loro perfezione stilistica. Si respira un Clapton ispirato e avanguardista come non ritroveremo più in futuro. Meravigliosa! Altro brano che ha fatto storia è "Can't find my way home"...ma la strada di casa la trovano eccome questi quattro. A suon di sferzate elettriche miste a timbri blues con hammond gestiti da Winwood su scale vorticose che portano proprio a casa...la 'casa dei sensi'! L'apertura del disco è affidata alla spavalda "Had to cry today". Otto minuti e quarantatrè di voci talmente alte da risultare disumane e taglienti nella loro imperfezione, da scale elettriche di Claptoniana fattura, il tutto intervallato sul finire da effetti psichedelici sulla famosa Stratocaster. Il brano l'anno seguente verrà omaggiato a Seattle dall'uomo più famoso della 'ridente' cittadina. Anche Clapton sigilla un brano che diventerà caposaldo del suo repertorio da solista, ovvero "Presence of the Lord", che in occasione della 'superband' affida alla voce di Steve Winwood passando poi al suo cospetto nella carriera solista. Il pezzo trasuda sofferenza e tutto ciò che è stata la 'Summer of love' dell'anno precedente. I primi rudimenti di progressive sono evidentissimi, prima del terzo minuto si cambia registro, la batteria incalza e diventa free-jazz seguendo velocemente e vorticosamente le scale voluminose di Clapton che si cuce addosso il pezzo. Topico l'aggancio in cui l'organo e la chitarra duettano come nelle migliori storie d'amore facendo collassare il brano ad un quasi acustico. C'è spazio anche per una cover riarmonizzata (all'epoca era impossibile fare un album senza una cover importante), "Well...all right" nella fattispecie, del defunto Buddy Holly, uno dei fautori del primo classico rock'n'roll degli anni '50. Non c'è tempo per i contestatori! Quest'opera imprescindibile forse è stupenda proprio perchè unica registrazione lasciataci dalla band! Grazie eroi!
postato da: Jegervoice alle ore 09:03 | link | commenti (35)
categorie: musica, meteore, blind faith
mercoledì, 07 maggio 2008

CATEGORIA BLOG: "Heavy Metal" - Recensione a cura di Efilnikufesin.

DIATRIBES - Napalm Death

(1996 - Earache Records - produz. Colin Richardson)


Diatribes

Genere: grindcore con influenze death/groove.
Line-up dell'album:
- Mark “Barney” Greenway (voce)
- Jesse Pintado (chitarra)
- Mitch Harris (chitarra)
- Shane Embury (basso)
- Danny Herrera (batteria)

I Napalm Death degli anni '90 si possono descrivere in tre modi: energetici, maturi ma poco genuini. Fuori dagli schemi logori di un grindcore che loro stessi avevano inventato e che rischiavano di finirne legati ad libitum, i Napalm Death di Diatribes dimostrano ancora una volta al mondo che la musica può reinventarsi attraverso le sonorità giuste, rimanendo pur sempre aggressiva e piena di forza.
Nonostante i dissidi interni che hanno minato più volte la stabilità di una line-up che ha già cambiato faccia molte volte fino a perdere quella originale nella quasi totalità, il sound che ne scaturisce da quest'album è comunque sorprendente: si parte con una base grindcore e poi si sfocia nel groove, contaminato da ritmi death e spezzoni industrial.
L'esempio viene da “Greed Killing” la traccia d'apertura, con riff serrati, spezzettati da breakdowns dal facile scapocciamento e cambi di tempo che invece di guastare l'equilibrio lo ricompattano; i testi spaziano, e riprendono tematiche già in Fear, Emptiness, Despair (1993) ed Utopia Banished (1992). La politica c'è ma non si sente, è stata accantonata di fronte a dilemmi umani, morali ed al crescente senso di solitudine ed avversità. Siamo lontani dallo “j'accuse” ultra-rumoroso di Scum (1987), tutto ha una consapevolezza maggiore ed il dito si sa puntarlo altrove – spesso verso se stessi. I testi traspirano sangue, sudore, lacrime ed adrenalina, tracce come “Placate, Sedate, Eradicate” oppure “Glimpse Into Genocide”, “My Own Worst Enemy” od anche la desolante “Cold Forgiveness” danno dimostrazioni a palate della caratura degli artisti. Su tutti va citato Danny Herrera, che in questo album è stato capace di elaborare pattern strumentali davvero ben fatti; un po' sottotono la coppia Pintado-Harris, buone macchine in sede live ma qui un po' meno, mentre Embury dà come al solito prova della sua validità nel gruppo. La produzione è buona, con un unico appunto sulla resa della doppia cassa e del rullante di Herrera, che spesso sembra che suonino da dietro un paravento di plastica. L'unica nota stonata, per il momento, è il grunt vocale di “Barney”, forse un po' troppo monotono e vero neo di tutta la maturità sonora dei ND.
Ed è proprio questa “maturità” a rovinare un po' la genuinità del loro sound. Va bene sperimentare, va bene tutto, ma ci sono momenti in cui ascolti le prime tre tracce e ti sembra che siano galattici, poi ascolti la quarta e ti ritrovi con un pezzo simil-hip-hop (!), ci rimani male soprattutto per il cantato di Mark Greenway, poi vai fino in fondo e capisci che di momenti buoni ce ne sono, però hai già il sentore che tra una decina di giorni non lo ascolterai più di tanto.
Per il resto, Diatribes è una grande prova di maturazione, che forse è arrivata troppo presto per loro.

postato da: Jegervoice alle ore 08:24 | link | commenti (15)
categorie: musica, heavy metal, napalm death