THE WALL - Pink Floyd
1979
Alienazione, sofferenza, protesta, congiura, indipendenza, rinascita. Sono queste assieme a molte altre le caratteristiche di uno dei concept album più famosi e meglio riusciti dell'utimo trentennio discografico e forse anche più. Stanco ed insofferente della solita angoscia agonizzante l'eclettico Roger Waters chiama a sè i suoi colleghi quasi esclusivamente per la registrazione finale che lui decide e guida come un burattinaio fa con i suoi giocattoli. Il tutto nasce da un fan sfegatato che ad un concerto dei nostri fa lo scalmanato in prima fila facendosi fin troppo notare dal noto bassista il quale è addirittura 'costretto' a sputargli addosso tutta la sua rabbia, anche in senso letterale. Ed è così che viene concepito Pink, protagonista di quest'opera, maturando un continuo distacco dell'artista nei confronti del suo seguito, dei suoi seguaci, del suo essere artista. La disperazione è presente in tutti i brani e affonda le radici sin dall'inizio con "In the flash?", brano ormai entrato di diritto assieme a molti altri di questo doppio, nel repertorio dei Pink Floyd. La chitarra regna sovrana dopo pochi secondi su una sezione ritmica dura e tribale come solo Mason è capace di riprodurre dall'alto dei suoi avambracci. La voce di Waters è nervosa e grossa come sempre e detta legge invocando la ribellione agli astanti militarizzati pronti a seguire ogni suo ordine. I suoni psichedelici e agghiaccianti sul finale rendono chiaro il messaggio di distruzione facendo da preludio al celeberrimo pianto nervoso del bimbo che introduce "The thin ice" dove aleggia onnipresente la voce di Waters sul piano meticoloso e saltellato di Wright che consegna il testiome all'assolo distorto di Gilmour che traccia il binario di partenza per il brano culto che negli anni ha motivato mille cause e altrettante emozioni, "Another brick in the wall - part 1". L'arpeggio di chitarra è ipnotico ma fa solo da annunciazione a ciò che verrà più tardi nelle altre due parti dello stesso brano, che racchiude in sè un crescendo di toni ed escoriazioni. Passando per l'elicottero in atterraggio di "The happiest days of our lives" e la batteria volutamente fredda e calcolatrice di Mason (o Waters potremmo dire) si capitola nella celeberrima e suggestiva "Another brick in the wall - part 2" con il suo assolo di chitarra etereo che scandisce la ribellione giovanile nei confronti di un'industria scolastica obsoleta ed eccessivamente punitiva. I cori dei ragazzini sul ritornello sono perfetti sia nell'intonazione che nella sensazione di disagio che si percepisce e fanno abile consegna ad uno degli assoli più belli di chitarra che la scuola inglese ci abbia mai consegnato, il tormento è percepibile ad ogni singolo passaggio di corda elettrica. Non è il virtuoso che ne esce, è il cuore di Dave che emerge come re indiscusso delle viscere. Ma viene tutto cancellato in "Mother" dove Roger si scontra col suo passato rivedendo una madre eccessivamente protettiva e onnipresente che lo angoscia ad ogni suo 'starnuto' vietandogli la gioia presente nell'esplorazione della vita. La chitarra acustica è leggiadra ma disperata e fa da accompagnamento per quasi tutto il brano assieme ad una sezione ritmica essenziale che sposa perfettamente l'idea di sdoppiamento che attanaglia l'artista quando si trova a dover combattere contro se stesso e i suoi valori primordiali. La seconda parte suona accordi maggiori ed aperti per indicare la speranza di rinascita morale, dal punto di vista di chi vuole, attraverso i suoni, ricondurre il tutto al benessere interiore, alla pace che solo una buona melodia regala. Ed è proprio la consapevolezza di ciò che siamo e dove andremo a finire che emerge nei successivi due brani "Goodbye blue sky" ed "Empty spaces" peculiari nell'utilizzo delle sezioni corali arrangiate in versione quasi gospel nel primo caso e che ben si collegano ai suoni elettrici e galoppanti nel secondo, con una voce di Waters effettata a dismisura che fa da preludio al rock duro e aggressivo della magistrale "Young lust" cantata selvaggiamente e senza mezze misure definendo le qualità canore di Roger che si esibisce in timbriche appartenenti ai cantanti hard-rock. Il tutto è impreziosito a metà percorso dalle dieci dita di Dave che rendono l'assolo di chitarra un pilastro portante del brano inacidendo l'intera traccia a colpi di corde. Tramite due passaggi obbligati ("One of my tires" e "Don't leave me now") e che vedono in primo piano delle voci concitate e nervose che discutono animatamente ed una parte melodica a tratti scarna ma non per questo secondaria giungiamo all'acculturata "Another brick in the wall - part 3" introdotta dalla rottura disperata di Pink, in preda ad una crisi nervosa, di un televisore e fatta passare per una chitarra elettrica, più distorta e disperata che mai, che suona la stessa melodia presente nelle altre due parti precedenti, non fa differenza neanche la sezione vocale anche se cantata con delle varianti pregiate e più dure presenti solitamente nei brani metallici. Non resta che salutare il mondo crudele sulle note provenienti dai tappeti di organo della brevissima e struggente "Goodbye cruel world". Psichedelia e sperimentazione sulle note iniziali della celestiale "Hey you". Il brano viene da altri pianeti sconosciuti che solo Roger conosce ma che sembrano stupendi a giudicare dai risultati. La traccia è chiaramente strutturata in due parti sostanziali, la prima morbida e la seconda dura e aggressiva segnata dalla voce altissima di Waters che non riconosce di non essere un cantante metal...ma se ne fotte e fa bene! Appena dopo l'assolo immancabile ed elettrizzante di Gilmour si percepisce la liberazione morale nel coro pregiato dei quattro, che sull'ugola lancinate del bassista chiude i battenti con un'eco trasandata e martellante ("hey you! don't tell me there's no hope at all, together we stand, divided we fall"). L'inquietudine assale e colpisce dietro di noi, chi c'è lì fuori? Forse c'è qualcuno in casa o forse no, forse la troppa voglia di estraniarci ci ha lasciati eccessivamente soli con noi stessi. La sensibilità non abita più da noi, è scappata in preda al panico. Forse è meglio lasciarsi cullare dalla propria insensibilità, forse si vive meglio, ci si cura meglio le ferite che la troppa empatia dona in quantità. Meglio lasciarsi curare dalla sconcertante armonia sonora di "Comfortably numb", assieme a "Young lust" e poche altre scritta anche da Gilmour. E' la gioia delle orecchie e del cuore, si viene pervasi dal desiderio di fuga. Non poteva concludere se non con una assolo magistrale e monumentale che gli anni non scalfiscono minimamente se non nella sua originalità propria della giovinezza compositiva dell'epoca. L'attacco dell'assolo sul finale vale da solo l'intera discografia dei Pink Floyd 'post-Waters-ERA' ergendo a leggendaria quest'opera che risulta essere caldissima e dispensatrice di verità postume. Quasi due minuti di scioccante capacità espressiva e micidiale nella sua freschezza e aggressività mai fine a se stessa. Dai toni bassi si passa ai toni alti della tastiera della chitarra che giunge fino a mete ancora oggi oscure. La sensazione sulla parte 'ad libitum' è di disagio e nostalgia. Grazie Dave! Esce dal coro stilistico "The show must go on" che introduce nuove sonorità melodiche di gusto più morbido e meno affilate, ma sono solo un preludio alla ripresa di "In the flash" che sul principio aveva sconcertato nella sua allarmante caratteristica graffiante, ed ora sulle stesse note riecheggia più consapevole che precedentemente, avallata dalla mancanza nel titolo della peculiarità interrogativa. Ma la fuga non salva dalle conseguenze derivanti dalle proprie speculazioni. La chitarra con un riff devastante ma basilare attanaglia in una morsa "Run like hell", che per tutta la durata erge a solista la voce frastagliata di Waters e le distorsioni ben curate e psichedeliche di Gilmour. Forse la fuga serve solo a superare il muro che ci separa da noi stessi. Una volta scavalcata la muraglia "Outside the wall", con i suoi fiati e cori ancestrali, risuona come una liberazione definitiva ma non lenitiva. L'artista non esiste! Altri brani presenti: "Is there anybody out there?", "Nobody home", "Vera", "Bring the boys back home", "Waiting for the worms", "Stop", "The trial".
HOTEL CALIFORNIA - Eagles
1976
Quante storie, quante dicerie, quante speculazioni per uno degli album più blasonati e più oscuri della storia!? Le meravigliose aquile americane, magistralmente e in maniera tecnicamente e auditivamente perfetta, producono un'opera carica di cuore e di suoni sperduti ma rigogliosi. La voglia di rinascita mista a stanchezza emotiva sono evidenti sin dai primi arpeggi di "Hotel California" che erge il maestro Don Felder ad autore dai mille volti e capacità. La bellezza del brano sta anche nella voce struggente e acida del batterista Don Henley che ad ogni presa di fiato ricorda quanto sia dura 'uccidere la bestia' ("but they just can't kill the beast") dello show-business che all'epoca li attanagliava demolendoli ad ogni sprazzo di ripresa. L'assolo di oltre due minuti di chitarra elettrica sul finale è di quelli immortali che riconduce alle esecuzioni più belle di Page o Gilmour, i grandi insomma. Molti lo definiscono Southern Rock ed è proprio il sole del sud che risplende sugli Eagles nella seconda ballata country "New kid in town". La freschezza esecutiva e il tepore si avverte ad ogni tocco e riscalda il cuore nei momenti più bui e freddi. La parte corale è pregiata e non tentenna assolutamente neanche sulle seconde voci che si fanno frequenti e intonate non invadendo la parte melodica che si erge a protagonista indiscussa. La perla risulta essere "Life in the fast lane", la gioia del rock classico, la sprezzante parte vocale di Don Henley e l'aggressività che conduce il ritmo roccioso frastagliato da una chitarra elettrica a tratti selvaggia e distorta su arpeggi e assoli di chiaro stampo blues come solo il Southern Rock regala in via originale. La chitarra solista in questo caso è di Joe Walsh che suffraga il suo brevetto chitarristico a suon di colpi violenti. Il dolce passaggio del vento fresco in una giornata torrida risuona in "Wasted time", brano di diffile esecuzione in quanto carico di passione e sofferenza accompagnata dal piano acustico di Glenn Frey co-autore assieme al maestro Don Henley che infonde ad ogni nota cantata struggente amarezza. Sulla parte centrale l'uso degli archi è azzeccato e mai ostentato nè in fatto di volumi nè come presenza impositiva. Peculiarità del brano la ripresa in "Wasted time (reprise)" della parte orchestrale che ben si addice ad un'atmosfera cinematografica e chiude in 1'23" i battenti. Il rock imperioso riemerge in "Victim of love" sulla prima parte della traccia per lasciare successivamente il testimone ad un ritornello più morbido e in accordi in maggiore. Il resto è chitarra spasmodica e che ricorda i tempi psichedelici sull'assolo. Esce dal coro "Pretty Maids all in a row" scritta a due mani dall'organista Joe Walsh e Joe Vitale che selezionano un brano d'annata dai tempi da swing lento in chiave quasi foxtrot. Ed è proprio Walsh che si esibisce alla voce quasi lasciata solitaria da una sezione ritmica essenziale e a tratti quasi assente se non fosse per il charleston. Elegante il coro sussurrato ad libitum. Anche il bassista dice la sua in "Try and love again" cantando il suo brano e curando la sua chitarra basso su toni country-blues e mezzi toni appartenenti al genere. L'impatto vocale non è come quello del collega Don Henley sotto l'aspetto della timbrica importante ma cura meglio le note alte e chiuse definendo così un suo proprio stile su queste caratteristiche. Il sipario viene calato su "The last resort", ballata romantica e dai toni malinconici che caratterizzano la band in questione. Alla voce torna Don Henley che firma anche il brano assieme a Frey. A metà percorso partecipano gli archi che a suon di batteria perfettamente cadenzata danno importanza alla suite per poi scivolare nel baratro del pianoforte accompagnato esclusivamente da suoni provenienti dalla psichedelia dei fluidi rosa e dalla voce, ma per pochissimo tempo, garantendo così un finale imperioso sia in fase vocale che nelle melodie strumentali proprie dei fiati e degli archi che chiudono con l'amaro in bocca le corroboranti speculazioni sonore.
THIRD - Soft Machine
1970
Il periodo della prima sperimentazione e del primo progressive ha conosciuto sicuramente tanti grandi gruppi che dall'alto delle loro capacità tecniche han tentato di suggestionare il mondo intero con le loro capacità. Spesso ci son riusciti, ma a volte il troppo desiderio di sperimentare e stupire ha prodotto album come quello in questione. Chi può dire quale sia il giusto confine tra la sperimentazione e la melodia pura ed essenziale? Questa band nonostante abbiamo registrato parte di questo loro successo commerciale nella patria dei grandi, cioè Birmingham, hanno creato un mostro dalle mille sfaccettature, un'insieme di suoni e sperimentazioni che cercano di districarsi tra la melodia sinfonica, il progressive, il jazz e chi più ne ha più ne metta. A volte l'ensemble di vari generi ha creato delle perle di rara bellezza, non è questo il caso dei Soft Machine. Dalla prima all'ultima nota si soffre e il desiderio terrificante che incombe è del silenzio più assoluto e corroborante. Nonostante le partecipazioni importanti, vedi Robert Wyatt alla batteria e alla voce, le suite sono eccessivamente forzate nella commistione di strumenti e questo spesso va a discapito della melodia di base, che appare troppo studiata ed eccessivamente affettata. L'unica esclusione va fatta al primo brano, "Facelift", che armoniosamente lega i vari strumenti in un tutt'uno piacevole e ben curato, dove predomina il sax soprano di Dobson che si esibisce in assoli eleganti e pregiati che ricordano il jazz vecchio stampo degli underground americani. Sul finire crea pathos la parte orchestrale che serpeggia latente fino a culminare in un miscuglio di suoni creati ad arte ma eccessivamente stonati e curiosi. Insistendo sul filone progressive travestito da jazz "Slightly all the time" si presenta come un continuo arpeggio e virtuosismi di fiati fine a se stessi che, accompagnati da una eccellente parte ritmica di Wyatt, coniugano sonorità progressiste a timbriche americane d'avanguardia che di per sè non stancherebbero se non fosse per l'utilizzo fastidioso di eccessivi cambi di andatura e suoni fatiscenti. Ciò che impreziosisce la suite è il fantasmagorico e ultraterreno flauto che sullo stile dei Jethro Tull vede protagonista l'eclettico Jimmy Hastings che durante le sue performances dimostra anche di esser capace di saper suonare anche il Clarinetto Basso. A metà percorso risulta fastidioso l'assolo di violino di Rab Spall che forse a causa di un'eccessivo protagonismo del volume ronza non producendo alcuna armonia piacevole al cuore e alle viscere. Per fortuna il tutto viene ricostruito, seppur con qualche ammaccatura, sulla parte finale che dolcemente e romanticamente suona il Saxello e il Sax, senza eccedere nella tecnica fine a se stessa ma garantendo una buona melodia caratteristica del genere. Unica suite cantata rimane la celebre ma imbarazzante "Moon in June" che vede nella parte vocale 'Bob' Wyatt, decisamente stonato per tutto il tempo e fuori luogo su un ritmo che probabilmente senza la sua voce sarebbe quasi piacevole in quanto ricorderebbe le peculiarità compositive di Pat Metheny sui suoi temi empirici e accuratamente reverberati. Risulta addirittura sgradevole l'utilizzo dell'organo che normalmente nello stesso periodo spopolava e acquistava seguaci al primo tocco, oltre ad essere mal suonato è troppo impositivo nella melodia che gode di più bontà sulla parte a corde suonata dallo stesso Ratledge che si dimostra più apprezzabile proprio col pianoforte. Anche in questo caso non si può non notare la freddezza dei suoni e la continua ricerca di qualcosa di irraggiungibile che appare effimera sin dal primo ascolto. Neanche sul finale il brano riesce a recuperare suonando note tetre col violino iperteso di Spall troppo scostante ed agitato, non riuscendo quindi a dar spazio a tonalità ed argomentazioni sonore di stampo più piacevole. Chiude finalmente l'album la gradevole "Out-bloody-rageous" che parte con 'suoni di apertura' per ben cinque minuti capitolando edonisticamente sulla parte ritmica dove aleggia incessante la cultura dei fiati dai toni bassi e dalle sfumature virtuose che, seppur troppo lunghe ed affettate anche in questo caso, suonano melodie piacevoli e culturalmente più sobrie. Improvvisamente però il registro cambia senza lasciar spazio a nostalgia alcuna ma trasformandosi in tappeti magici e suoni ovattati seguiti in maniera pavoneggiante da un Sax imperioso ed invadente che copre la parte bella del brano, ovvero la sezione ritmica. Su tutto l'album volteggia curiosa ed in maniera deprimente e carnevalesca tutta la parte a fiati, Trombone, Sax, Saxello, Flauto, Sax Soprano e Clarinetto, che guastano il tutto non in quanto tali ma in quanto abusati e osannati. Questo non è Jazz, non è Progressive, non è Psichedelia, non è Fusion o altri generi ai quali i Soft Machine vengono spesso associati, questo è il niente!
THE RISE AND FALL OF ZIGGY STARDUST AND THE SPIDERS FROM MARS - David Bowie
1972
I mille volti di un'artista che dire eclettico e completo è dir pochissimo se non nulla! Uno dei primi 'concept album' che la discografia ci abbia donato, questo è il termine giusto, donato! Chiunque dovrebbe possederlo! Travestito da alieno proveniente da Marte 'il duca bianco' affascinato dalla figura della rockstar la impersonificherà e tenterà di salvare il mondo sull'orlo del baratro ma morirà suicida. Niente di più tragico e realista ci si poteva aspettare da uno degli artisti più sensibili e sempre e comunque in controtendenza a questo mondo impostore. La sensazione che rende quest'opera è quella di un tutt'uno ben amalgamato e radicale tale da costituirsi un capolavoro, uno dei pochi album perfetti, assieme a "Who's next", "Meddle", "Hotel California" e pochissimi altri. Il concetto appena espresso è reso chiarissimo sin dal principio con "Five years", prima traccia nonchè primo sfogo del 'duca' che ascolta attonito e incazzato l'annuncio che al pianeta terra restano cinque anni di vita. La disperazione si respira forte ed è avallata da un crescendo monumentale degli archi e della chitarra che diventa sempre più dura e cadenzata. I cori sul ritornello servono a rafforzare la desolazione che incombe sul pianeta. Il finale urlato è carico di apprensione e agghiacciante angoscia. Solo il cuore riesce ancora a salvare il mondo ed è chiaro con "Soul love" che fa incontrare tenacia e sentimenti nello stesso brano. La melodia passa dallo swing dolce al rock più selvaggio con una chitarra distorta sapientemente e un assolo sul finale che richiama la melodia iniziale cantata da Bowie. Il terzo passaggio è epocale, è il vademecum per il brano perfetto, se ne esistesse uno, "Moonage daydream" resta a tutt'oggi un caposaldo del repertorio del 'duca'. (Nel suo primo tour americano del '72 Bowie lo presentava come "scritto da Ziggy Stardust stesso") Il riff di chitarra sull'intro è da brivido e riempie a chiare note le viscere. Si assiste ad un crescendo di suoni che culmina in un orgasmo oltraggiosamente orgiastico di chitarra elettrica che fantastica tra le 12 note conosciute. La confusione organizzata regna sovrana e domina su tutto ciò che si interpone tra essa e la ragione. Il collasso dell'esistenza! Ma la presenza di Ziggy incombe sul pianeta terra solo al quarto brano, "Starman". Alterna parti cupe e inquietanti ad un ritornello fresco e speranzoso nonchè celeberrimo, riproposto in tutte le salse in questi anni e decisamente abusato. Ciò però non intacca lo smalto lucido ed elegante che invece esso possiede naturalmente. I continui e azzeccati cambi di tempo della batteria di Woodmansey conferiscono importanza e significato al concetto e guidano a tempo di swing e ballate d'altri tempi tutta la corroborante suite. Il finale cresce con la chitarra elettrica seguita esattamente dal cantato identico del 'duca'. "Non è facile arrivare al cielo quando tu stai andando giù". Niente di più vero in "It ain't easy", scritta da Ron Davies, che emerge come un toccasana per il palato amaro creatosi fin'ora. Non è comprensione, è puro realismo, quello che salverebbe il mondo. Lo sa bene Bowie che urla la sua apprensione e la rende corale sul ritornello scandendola chiaramente e suffragandola sul finale con l'ausilio dell'immancabile sorella chitarra che danza armoniosamente tra le note curate e a tratti distorte. "Lady stardust" pare sia dedicata all'amico Marc Bolan dei mitici T.Rex ma alcuni addebbitano le continue citazioni anche a Lou Reed dei Velvet Underground in riferimento soprattutto al termine 'Femme fatale' che richiama ad una loro canzone. Qui Bowie diventa leggermente più melodico e produce un ritmo malinconico ed essenziale soprattutto grazie all'uso della batteria leggera e di un pianoforte triste. "Star" rimarca invece i toni duri e veloci del rock 'n' roll anni '50 cantato a perdifiato e con riff non acculturati ma potenti e veloci. Singolare il cambio di tempo sul finire del brano che seziona il tutto in tre parti totalmente diverse da loro in fatto sia di metrica che di tempistica. Altra citazione celebre riguarda "Hang on to yourself", dove viene menzionato il gruppo di Ziggy ('Spiders from Mars') che Bowie conferendogli personalità carnale porterà in giro per tutto il tour. Il brano parte con un bel duetto di chitarra e batteria che a suon di rock primordiale celebra l'arte dell'arrangiarsi, evolvendosi poi in pensieri selvaggi come sostiene il 'duca' ad un certo punto, "l'amaro viene fuori meglio su una chitarra rubata". Inoltre sublime e delicato il breve assolo di chitarra a metà percorso. Ma ecco che come un ologramma prende vita l'arte musicale di Ziggy Stardust sul brano omonimo che già dal principio si cimenta in un riff celeberrimo e suggestivo che lascia il testimone sin da subito alla voce malinconica e rievocativa di Bowie, protagonista di sfumature vocali d'avanguardia che lo vedono eclettico e camaleontico. L'impero è dominato dal riff iniziale che si ripresenta inquietante sul tracciato diverse volte. La fine della rockstar è imminente e "facendo l'amore col suo ego Ziggy fu risucchiato nella sua mente". Il tutto nello scenario irreale di "Suffragette City". Rock 'n' roll spietato e veloce dai tratti hard e dai colori rithm'n blues. Evidente dagli assoli di chitarra estenuanti e le mezze note blues ripercorse dal basso veloce di Trevor Bolder. Disperazione, struggente realismo e irriverenza, ovvero "l'ascesa e il declino", in "Rock 'n' roll suicide" che vede la fine di una speranza decostruita, l'inutilità dell'amalgamarsi ("non lasciare che il sole bruci la tua ombra, non lasciarti stereotipare, sei così naturale, religiosamente irriverente"). L'arpeggio d'acustica sull'intro è implosivo e commovente sui suoi toni cupi e la voce di Bowie è sconfitta. Il mutamento avviene a metà brano dove i toni cupi lasciano il posto alla voglia di rinascita morale e della coscienza, segnata indelebilmente da un corale orchestrarsi di fiati sublimati dalla chitarra elettrica che suona note di resurrezione, "...oh gimme your hands."
ECHOES - Echi.
(da "Meddle" dei Pink Floyd datato 1971)
In alto l'albatro sta immobile sospeso nell'aria,
e giù nel profondo dei flutti
in labirinti di caverne coralline
l'eco di un tempo remoto giunge
tremante attraverso le sabbie,
ed ogni cosa è verde sotto il sole;
e nessuno ci mostra alla terra,
e nessuno sa i dove o i perché
ma qualcosa è all'erta, qualcosa si muove
e comincia a salire verso terra.
Stranieri passano in strada
per caso due sguardi diversi si incontrano,
ed io sono te, e ciò che vedo sono io,
e ti prenderò per mano per guidarti nel paese,
ed aiutami a capire meglio che posso
e nessuno ci chiama a vedere l'alba,
e nessuno ci fa abbassare gli occhi,
e nessuno parla, nessuno cerca,
nessuno vola intorno al sole.
Serena, ogni giorno ti mostri
ai miei occhi che si destano,
m'inviti, guardandomi, ad alzarmi,
e dal muro, attraverso la finestra
arrivano ondeggiando su ali di raggi di sole
un milione di ambasciatori splendenti del mattino
e nessuno mi canta ninne nanne
e nessuno mi fa chiudere gli occhi
così spalanco le finestre
e nuoto fino a te, attraverso il cielo.