Partecipano

mercoledì, 28 marzo 2007

FALLING IN BETWEEN - Toto

2006


Falling in Between Ian Anderson (Jethro Tull), Joseph Williams, Steve Porcaro, James Pankow (Chicago), Michael Shenkar solo per citare alcune illustre partecipazioni di questo capolavoro. Erano diversi anni che i TOTO non producevano album di questa portata. Il loro nome, per chi ancora non lo sapesse, riconduce alla voglia insaziabile di spaziare in diverse correnti musicali senza strategia alcuna ma con la sola voglia di stupire ed emozionare. Tutti maestri di musica Bobby Kimball, Steve Lukather, Mike Porcaro, David Paich e soci siglano, pezzo dopo pezzo, cultura musicale e passaggi d'alta scuola. Nonostante abbiano fatto la storia (30 anni l'anno prossimo) si adattano benissimo ai tempi in cui viviamo introducendosi con un prog-metal d'avanguardia, nonchè title-track, che fa schiodare la mascella al portentoso Bobby 'ugola d'oro'. La chitarra elettrica è distorta al punto giusto e produce riff potenti seguendo e dettando lo stile progressive del brano dove regnano sovrani i cori eccellenti e i cambi repentini di batteria. Il marchio distintivo del gruppo è supportato da Paich che garantisce l'apporto classico. Con "Dying on my feet" si ritorna indietro nel tempo, i timbri e la melodia ricollegano direttamente al loro primo album, scevro di infrastrutture inutili ma dominato dalla classe del pianoforte abbinato all'elettrica di Lukather che si esibisce in un tutt'altro che monotono accompagnamento elettrico. Nella parte centrale l'assolo di Lukather ben si accompagna agli archi e all'assistenza orchestrale di Pankow al trombone e agli arrangiamenti. Il finale regala attimi di pathos sui continui fraseggi degli archi e dell'elettrica che sembrano gemelli con un unico obiettivo. Il brano caposaldo di quest'ultima fatica è sicuramente "Bottom of your soul". La voce suggestiva di Shenkar è da brividi lunghi e duraturi sulla colonna vertebrale. Il ritmo è tribale ma con la perfetta commistione di suoni sintetizzati e mai artefatti. Il ritornello è un coro celestiale supportato dagli eccellenti Williams e Scheff, quest'ultimo dei Chicago. Dopo tre minuti circa si assiste ad un assolo di chitarra acustica su base classica che passa il testimone al pianoforte prima di introdurre il ritornello e i cori ancestrali che ne conseguono. Il rimando è decisamente alle danze tribali che permeano l'Africa Nera con giri armonici blues cupi e struggenti. Ritengo immortale questo brano! Con "King of the world" (inizialmente il brano doveva intitolarsi 'Den of Thieves' o 'Smoke and Mirrors') si ripresenta alla parte vocale Jason Sheff sull'intro, con reverberi amplificati, ma accompagnato sul ritornello e nel bridge da Kimball che presenta tonalità più alte e più strutturate. L'armonia è costruita da Lukather e Porcaro che ricordano il marchio di fabbrica fatto soprattutto di strumenti orchestrali e di chiaro stampo classico. La presenza dei Jethro Tull è chiaramente visibile in "Hooked" con Ian Anderson che impreziosisce il brano con un assolo di flauto d'altri tempi che ben si lega ai tempi rock definiti da Lukather col suo assolo hard-rock che fa il passaggio di consegne al già citato Ian. Ballata romantica e malinconica, "Simple life", che essendo stata scritta esclusivamente da Lukather, a dire il vero quasi imposta ma senza malanimi, lo vede protagonista anche nella parte vocale oltre che alla chitarra e al piano in versione studio, naturalmente. Elegante e perfetta la linea di basso sul finale. Spazio anche a del buono e sano rock 'n' roll in "Taint your world", tributo agli amici di sempre Ed e Al Van Halen. L'assolo di chitarra sul finale è velocissimo e, assieme all'hammond, c'è anche uno sprazzo di British Rock. Uno dei generi immancabili per questo gruppo è il funky e anche in questo caso non mancano all'appuntamento con "Let it go". L'intro è scandito da batteria e chitarra nel suo classico fraseggio saltellato e terzinato in levare. Le percussioni sono affidate a Lenny Castro il quale cura perfettamente il ritmo mai fazioso o eccessivamente ripetitivo. Il finale riprende il fraseggio iniziale ma elaborandolo per garantire un finale altrettanto suggestivo. L'instancabile Paich diventa co-protagonista in "Spiritual man", con la sua voce profonda e decisamente blues canta il suo brano. Il coro è gospel e riporta al miglior Coltrane e gli acuti soul di Kimball sono da dimensione parallela universalmente non riconosciuta. "No end in sight" nasce invece da una discussione tra Kimball e Lukather sulla guerra in Iraq e dopo aver già inciso la parte musicale non rimanesse altro che mettere nero su bianco la loro disapprovazione in merito. Kimball esprime tutta la sua rabbia con una delle sue performance più preziose e potenti di tutto l'album. This is TOTO!

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lunedì, 26 marzo 2007

WAR PIGS - I maiali della guerra.

(da "Paranoid" dei Black Sabbath datato 1970)


Generali riuniti nelle loro adunate
proprio come streghe alle riunioni nere
Il male osserva quel complotto di distruzione
Stregoni della costruzione della morte
Nei campi di battaglia i corpi bruciano
mentre la macchina da guerra continua a girarsi
Morte ed odio per il genere umano
stanno avvelenando le loro menti che hanno subito il lavaggio del cervello, oh Signore!

I politici si nascondono lontano
Loro iniziano solo la guerra
Perchè dovrebbero andare a combattere?
Lasciano tutto questo ai poveri
Il tempo passerà sulle loro intenzioni di potere
di fare guerra solo per scherzo
trattando le persone come pedine nel gioco degli scacchi
Aspetta fino a che arrivi il loro giorno del giudizio

Ora nell'oscurità il mondo finisce di girare
mentre la macchina della guerra continua a bruciare
Mai più maiali della guerra del potere
La mano di Dio ha battuto l'ora
Il giorno del giudizio, Dio sta chiamando
i maiali della guerra che, in ginocchio, strisciando
implorano misericordia per i loro peccati
Satana, ridendo, spiega le sue ali

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venerdì, 16 marzo 2007

PARANOID - Black Sabbath

1970


ParanoidMai l'introspezione e l'inadeguatezza mista a confusione interna è stata meglio narrata che nell'album in questione. Sogni, speranze, tristezza, rabbia creativa, protesta caratterizzano l'opera primaria che l'hard-rock abbia mai donato in vita sua. Il titolo originario dell'album era War Pigs ma per motivi politici, nella fattispecie gli sviluppi statunitensi della guerra in Vietnam, costrinsero la band inglese originaria di Birmingham (patria di altri illustri gruppi quali i Led Zeppelin) a cambiare il titolo in Paranoid. E' proprio la voglia di protesta contro una guerra inutile appunto quella in Vietnam, che ispira Iommy & CO. a esordire con "War pigs". I porci della guerra sono proprio tutti coloro che, a discapito del diritto di ogni essere vivente alla vita, inscenano guerre sanguinarie e fine a se stesse. Il pezzo è un monumento al rock duro e cupo e viene ben presentato sull'intro da una chitarra nervosa e spettrale accompagnata nella sua ritmica iniziale da ululati di vento e altri esseri viventi che ben si addice al clima dark del brano. Dopo un break definito dalla batteria sincopata dell'eclettico Bill Ward inizia la sua protesta una voce dissacrante e sporca del buon vecchio, all'epoca giovanissimo naturalmente, Ozzy Osbourne che alterna periodi vocali duri a ritmi più cadenzati e precisi, terminati tutti da un invocazione speranzosa al Signore. Spontaneo è il passaggio del testimone al fantasioso Tony Iommi che si esibisce in un assolo al cardiopalma, puro, essenziale, blues, metafisico. Il virtuosismo non è il suo cavallo di battaglia, è l'espressione intrinseca dello strumento che aleggia su tutta la suite. Il finale riprende la melodia iniziale in tutte le sue parti per poi progredire in un cambio di tempio emozionante che vede protagonista batteria e chitarra arpeggiata che corrono assieme scappando dai campi di battaglia, lasciando così un amaro in bocca che raramente si dissolverà. "Paranoid" è un rock 'n' roll convulso e di stampo decisamente classico. L'arpeggio di Iommi iniziale è celeberrimo e scandisce il tempo a tutto il brano che selvaggiamente risuona nei meandri della nostra mente paranoica e spesso vittima di se stessa. L'assolo finale di chitarra è una galoppata verso sonorità distorte ma non per questo irreali, anzi in sè racchiude l'essenza stessa del disagio. C'è spazio anche per un brano con sonorità mistiche e proveniente da terre lontanissime, fatto di soli strumenti a tamburo e chitarre classiche. Le voci sono confuse ed effettate a dismisura a voler creare un'aura di malinconia e dolce smarrimento; "Planet caravan". Inutile dire che ogni brano di quest'album stabilisce lo zoccolo duro del repertorio dei nostri. Anche "Iron man" rientra a pieno regime in questa definizione. Peculiarità fondamentale la melodia della voce che accompagna esattamente l'assolo di chitarra elettrica, cosa che in futuro verrà 'copiato' dalla maggior parte delle hard-rock band che seguiranno i dettami scolastici appena citati. La parte finale scandisce tempi progressive col suo cambio veloce di ritmo nella parte di batteria che diventa velocissima e a cui fa concorrenza un abile uso arpeggiato del basso elettrico di "Geezer" Butler che viene tenuto costantemente a volumi sopra la norma. Ritroviamo invece un ottimo Ozzy Osbourne in "Electric funeral" che raggiunge tonalità da lui non sempre sperimentate, ma alte e convincenti anche per un cantante non eccellente come nel suo caso. Anche in questo brano la chitarra distorta di Iommi definisce tutto il brano con un giro melodico azzeccato e sufficientemente distorto, marchio di fabbrica del primo periodo della band. La parte centrale esce completamente dallo schema impostato fino a quel momento, come una pazzia momentanea ma controllata, dove la batteria e la voce si esibiscono in ritmi sincopati e convulsi per poi ritornare alla ragione che fa da padrona. Non è un caso che tra i brani più rappresentativi e ben costruiti in assoluto dell'album ci sia "Hand of doom" che riassume in essa la base prog-rock che pionieristicamente ci regala il quartetto. La voce melodiosa di Ozzy sul principio e sul finale è assolutamente blues e regala sfumature d'alta classe, quasi sbalorditive per un cantante del suo calibro. A tratti sembra di sentire il miglior Plant di "Your time is gonna come", ma dopo questa breve illusione ritorna al suo classico stile impregnato di tanto pathos e selvaggia ricerca di se stesso. Più di una volta vengono garantiti cambi di tempo e scanditure di batteria che marchieranno a fuoco il successivo modo di intendere l'hard rock cupo e spregiudicato. Primordiale l'assolo di chitarra a tre quarti di brano che serpeggia su note blues e mezzi toni classici del genere. Un intera traccia, "Rat salad",  viene interamente dedicata invece ai virtuosismi in particolar modo della batteria di Ward, veloce e terzinata a momenti.  Il brano successivo, "Fairies wear boots", nonchè ultimo, sembra raccogliere il testimone lasciato dalla parte strumentale precedente in quanto, per il primo minuto e mezzo, si sentono esclusivamente gli assoli di chitarra e batteria. Ma fanno solo da introduzione alla voce meditabonda e dura del cantante che abilmente mantiene le redini del pezzo su toni già sperimentati, per poi invece arrendersi a cambi frenetici di ritmo addirittura funky, che non lo vedono protagonista ma spettatore dei compagni di scorribande Butler e Iommy i quali si cimentano abilmente su generi non di loro proprietà. Il finale è un assolo di chitarra ad libitum che sulle stesse note ipnotizza e galoppa verso mete ignote e desertiche.

postato da: Jegervoice alle ore 08:39 | link | commenti (10)
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venerdì, 02 marzo 2007

AXIS: BOLD AS LOVE - The Jimi Hendrix Experience

1967


Axis-bold as loveChi può dire che Jimi Hendrix sia stato più un emblema per il rock o per il blues?! Penso nessuno, forse neanche lui stesso se fosse ancora in vita. Una cosa è certa, lui più di chiunque altro ha fatto innamorare il rock e il blues. Con lui questi due stili diversi sembravano due amanti che si promettevano eterno amore ma che mantenevano perfettamente distinti i loro spazi come negli amori più forti e indissolubili. Questo album è un inno a entrambi gli stili in questione. Assieme ad 'Electric Ladyland' è una perla preziosa in un oceano di niente dei nostri giorni. "Up from the skies" racchiude in poche battute lo stile blues di Jimi. Si sentono suoni ovattati, batteria essenziale e voce vellutata che trasmette malinconia ad ogni accento. Il suono della Strato è cupo e basso in termini di timbro e sembra riascoltare Hooker o Koko Taylor che hanno sicuramente segnato lo stile di Hendrix. Ci sono tempi di rock duro su "Spanish castle magic" e lo si capisce dalle prime battute di batteria e chitarra. L'assolo a metà tragitto è di quelli scolastici in quanto segue scale classiche e ben effettate che sembrano lasciare il testimone al miglior Page che il 'Dirigibile di piombo' ci abbia donato. C'è anche tempo per ritmi funky in "Wait until tomorrow" che inserisce una chitarra molto cadenzata e arpeggiante con tempi in levare, oltre a garantire goliardìa con i cori che definiscono il ritornello. Il breve ma velocissimo rithm'n blues di "Ain't no telling" fa da 'cuscinetto' per la meraviglia che questo album contiene, "Little wing". E' un brano melodico e steso su tappeti morbidi per la prima fase con una voce accuratamente riverberata di Hendrix, per poi incedere con andamento incalzante nella seconda parte con la chitarra molto espressiva e una batteria che le fa da perfetta sorella. "If 6 was 9" è entrata di diritto nel repertorio fisso di Jimi Hendrix in quanto, oltre alla filosofia del testo, racchiude i parametri musicali che seguiva l'artista nell'approccio ad ogni nuova suite, cioè batteria che cambia ripetutamente tempi e andature quasi in pieno stile progressive e gli effetti della Stratocaster molto accentuati ma che mai, dico mai, coprono le capacità esecutive dello stesso. Il finale del brano è molto influenzato dal groove che imperversava all'epoca, in quanto la voce è volutamente calda e bassa, nonchè imprecisa sulle finali. Da citare su "You got me floatin'" l'apporto imponente di Noel Redding che iniziava la sua carriera come tastierista per poi passare al basso nel trio in questione lasciando spazio completo a Hendrix che da solo curava egregiamente chitarra ritmica e solista. Il brano viene decisamente supportato dal bassista in quanto esegue scale blues a volume deciso e con un basso elettrico molto ben definito. Lo stile è sicuramente influenzato dalle band contemporaneee in "Castle made of sand" con il suo sound molto curato e standard leggermente lontano dallo stile di Jimi ma validamente impreziosito e reso peculiare dall'espressione calda e sporca che riesce a dare ad ogni tocco il maestro. "She's so fine" é invece l'unico pezzo che non è firmato dal chitarrista bensì da Redding che si improvvisa anche singer sufficientemente preparato, la sensazione è di un Hendrix dedicato in maniera più completa alla parte solista della chitarra che assume connotazioni hard-rock, sul crescendo del finale. La delicata continuazione di  "Little wing" diventa inconsapevolmente "One rainy wish" che prosegue idealmente la suite appena citata lasciando spazio a Hendrix di esprimere la sua insofferenza per mezzo delle sei corde elettriche che garantisce, assolo dopo assolo, competenza e nostalgia nello stesso istante. Il tutto intervellato da una parte centrale più decisa e aggressiva nei tempi. Il batterista Mitch Mitchell è sempre prepotentemente presente ed è lui a decidere 'quando' e 'come'. "Little miss lover" è didattica per bassisti rock, il suono è cattivo e incalzante. Ne faranno tesoro i gruppi che nel decennio successivo imporranno il loro stile. Segue lo stesso criterio la Stratocaster di Hendrix e la sua voce che marchia a fuoco le note dure. La 'title-track' chiude il sipario lasciando indelebile il ricordo di un Hendrix arrabbiato e frustrato che decide di insegnare al mondo come va usata una chitarra elettrica ma non trasmettendo purtroppo ai posteri la capacità espressiva della stessa. L'assolo di oltre un minuto sul finire del brano è struggente ed essenziale conferendo così maggiore incisività alle ideologie 'hendrixiane' e viene presentato da una rullata corroborante di Mitchell che consegna al leader l'onere di chiudere i battenti. Grazie Seattle! Altre tracce presenti: "EXP".

postato da: Jegervoice alle ore 09:14 | link | commenti (19)
categorie: jimi hendrix