APPETITE FOR DESTRUCTION - Guns'n'Roses
1987
Dalla California ci si potrebbe aspettare esclusivamente sole, mare e tante donne perfette a mostrare il fisico, invece c'è anche chi si chiude in studio e produce uno degli album più rappresentativi del periodo metal fine anni'80 fino ai giorni nostri. Successivamente a questa loro opera prima questi ragazzacci faranno fatica a registrare album migliori di quello in questione (fatta eccezione per il doppio "Use your illusion"). Non vendono l'anima al commercio, nonostante gli oltre 25 milioni di copie vendute dell'album in questione, ma inanellano song dopo song pezzi che creano adrenalina pura mista a rabbia positiva. E' una giungla contro cui districarsi a suon di martellate della batteria e riff potenti di Slash, questo è "Welcome to the jungle". I continui cambi di tempo rendono il brano quasi un prog-metal ma meno tecnico e più istintivo, a metà brano si passa addirittura attraverso una versione di samba in forte stampo 'gunsiano', velocissima e prepotente che lascia presto il posto ad una scalata verso sonorità decisamente hard-rock. "It's so easy" parte direttamente su un bi-cordo crudele e martellante di Slash per degenerare poi verso note blues molto distorte e graffianti. Nel brano Axl Rose si esibisce su toni anche molto bassi per la sua voce alta e nasale ma lo fa egregiamente come pochi son capaci di fare, sulle parti melodiche crea anche un timbro dolce e romantico che lo contraddistingue in diversi brani. Ogni brano fa parte di un progetto molto più grande che di un semplice disco, cio si dimostra vero ascoltando "Nightrain", suite che sembra staccata da un periodo passato da circa dieci anni rispetto a quando è stata scritta e inserita in un contesto che non gli appartiene ma che impreziosisce sicuramente il tutto, specialmente nelle parti di voce di Axl che diventa graffiante e grottesco e negli assoli da sfinimento di Slash che accompagna il gruppo su tempi vicinissimi al primo metal degli anni '70 di stampo quasi 'profondo porpora'. Batteria sincopata e basso altalenante su "Mr. Brownstone" che racchiude in 3'46" il brevetto Guns 'n' Roses, le parti vocali sono serratissime e gli assoli di chitarra imperano su tutto con scale blues interpretate in chiave dura. Pregiato il finale dove Adler, instancabile batterista, fraseggia assieme al cantante duettando con gran cassa e piatti scandendo tempi in levare di non facile esecuzione. Esiste un posto dove regna la pace, si fa all'amore e si suona vera musica, il posto si chiama "Paradise city"! Il fischietto immancabile di Axl apre le danze dopo qualche arpeggio di Slash accompagnato da una batteria essenziale e dalla voce malinconica del cantante. Il resto del brano regala emozioni ad ogni giro armonico indipendentemente dal fatto che sia eseguito dalla batteria, dal basso o chiunque altro del gruppo. Gli strumenti si miscelano in un'amalgama perfetta che non sempre è facile creare, specialmente quando la chitarra, come in questo caso, regala assoli su quasi tutto il brano senza però dare la sensazione che voglia predominare sul resto degli strumenti. Il finale è orgasmico con la sua orgia di suoni e voce accompagnati dalle sei corde di metallo che macinano velocità surreali. Tempi serrati per "Think about you" che sul ritornello le parti cantate sono melodiche ma con uno sfondo d'altro stampo, duro e sincopato. I tempi vengono definiti dalla parte di batteria che cambia velocità in continuazione senza mai sembrare artefatta o studiata nei minimi particolari, secondo le migliori scuole rock'n'roll. Sound geniale su "Sweet child o' mine" che rende l'orecchiabilità di un brano non necessariamente un sinonimo di bruttura musicale. Infatti l'intro è celeberrimo con la chitarra di Slash che segue un giro melodico ripetitivo ma tutt'altro che affettato e noioso, passando poi il testimone ad Axl che ricompone i brandelli del proprio cuore creando una voce che commuove nei suoi toni affranti. L'intro viene ripreso anche a metà brano ma rivisto per garantire un buon passaggio di consegne al finale del brano che segna 'due minuti due' di assolo di Slash che in quanto a temperamento e spirito adrenalico non ha da temere in fatto di concorrenza. Il tutto è impreziosito dalla voce del cantante che su timbri metal ripete ossessivamente quanto ama 'quella ragazza'. "You're crazy" è un inno al metal grazie ai suoi connotati corroboranti e aggressivi. La voce di Axl Rose incute rabbia e disperazione fendendo colpi di spada partiti dalla sua ugola d'acciaio, inoltre accompagna il ritmo senza mai far trapelare stanchezza esecutiva o difficoltà nel tenere i tempi compulsivi della suite. "Anything goes" con le sue caratteristiche decisamente hard-rock più che metal, i tempi infatti sono più lenti e gli accordi più cupi, fa da trampolino di lancio per il finale chiamato "Rocket queen". Niente di meglio poteva chiudere questo capolavoro di suoni e sentimenti. Infatti i ragazzacci riesumano un rock ormai andato da tempo e gli ridanno vita con tutte le loro forze creando un brano epocale per quanto mi riguarda, io povero nostalgico, il risultato è un progressive curato e deciso che unisce tecnica e istinto espressivo specialmente nei suoi continui break che ricordano molto i Black Sabbath di Ozzy. Alla suite appartengono svariate sfaccettature come un diamante prezioso che brilla felice sotto la luce del suo proprietario. L'assolo sul finale di Slash è cuore e viscere, ciò che conta nel rock! Altri brani presenti: "Out ta get me", "My Michelle".
L'eccezione che conferma la regola.
Ogni tanto esistono delle eccezioni, mi ero riproposto di non fare post dove commento liberamente ma in questo caso farò un'eccezione, ne vale la pena. Il motivo è questo:
Il 16 giugno 2007 all'Heineken Jammin' Festival - Parco S.Giuliano, Venezia, si esibiranno per l'unica tappa italiana Loro, il Rock Americano per antonomasia, gli:
AEROSMITH
Ci sarò e le mie viscere celebreranno un tributo!
WHO'S NEXT - The Who
1971
Siamo nel vecchio continente, dove se non in Inghilterra?! Impazza la psichedelia e tutto ciò che di estremo porta questa corrente musicale, l'uso dei 'farmaci' è consuetudine di ogni buon inglesino doc. Ma dalle parti della periferia di Londra la storia è ben diversa, almeno per un chitarrista di nome Pete Townshend il quale, sfortunato nell'aspetto in quanto agli antipodi del bel ragazzo rockettaro, decide di metter su un gruppetto, si fa per dire, che resterà impresso nella storia della musica. Non si tratta solo di rock, non ci sono generi, non ci sono correnti musicali, non ci sono depressi o degli artisti in preda ad una crisi di nervi sull'orlo del suicidio, c'è 'solo' una chitarra, un basso, una batteria e dopo poco un cantante. E tanta energia! Questo loro quinto lavoro (sesto se si considera lo strepitoso "Live at Leeds") è il migliore, sound perfetto e da bere tutto d'un fiato. In principio fu "Baba O'Riley", l'arpeggio iniziale del sintetizzatore è più famoso del loro stesso nome e ci 'perseguita' per quasi tutto il pezzo. Dopo poco si impone la voce potente e cavernicola di Roger Daltrey che scandisce a chiari toni il tocco pesante della batteria robusta e amplificatissima, come The Who insegnano in fatto di decibel, basti pensare che è il gruppo rock che dal vivo ha sfondato livelli inimmaginabili in fatto di volumi più di quanto siano riusciti a fare altri gruppi nella storia della musica. Il finale del brano parte in sordina per poi raggiungere velocità magistrali (ad opera dello stesso Pete questa volta in versione tastierista) che fanno invidia a qualsiasi virtuoso di synth e batteria. "Bargain" invece racchiude in sè il marchio distintivo del gruppo in questione, suoni grintosi e nervosi intervellati da break azzeccati che dividono la suite in più stili diversi contemporaneamente, solitamente preceduti o conclusi con urla mozzafiato di Roger che si poteva permettere tonalità inversamente proporzionali alla propria altezza. Menzione speciale va fatta a proposito del 'clown' (soprannome affibiatogli per il suo scanzonato e sempiterno sorriso da giullare) Keith Moon che sembra suonare la batteria con almeno il doppio delle braccia che possiede, con grinta e classe da vendere, ogni rullata velocissima o passaggio tra raid e charly è una lezione precisa di rock. A testimoniare che la matrice è quasi sempre blues esiste il brano "Love ain't for keeping" che regala momenti di americanità 'english style' con note quindi che provengono sì dal nuovo continente ma vengono reinterpretate su chiave diversa, tramite l'abile uso di cori e una batteria più frammentata e meno stereotipata. La parte classica di Townshend quì emerge perfettamente seguendo scale di impostazione a tratti folk. "My wife" esce lievemente ma elegantemente dal coro tenendo curate le parti orchestrali che troneggiano per tutto il brano ed elegono Roger ad ottimo performer sia su tonalità grosse che acute, passando dalle une alle altre con maestrìa e precisione. Ci sono momenti in cui bisogna chiudere tutto dentro e lasciarsi cullare dalle emozioni, "The song is over" farà da narrattrice. Il pezzo comincia in maniera malinconica e struggente ma incalza successivamente a colpi d'elettrica e batteria, non dimenticando il lato malinconico che riemerge a sprazzi grazie a variazioni di ritmo pregiate e tecnicamente perfette. Il finale è da apnea con fiati e corde spasimanti che accompagnano l'ascoltatore su universi sonori inascoltati e dolcemente catastrofici. Saranno anche dei ragazzacci scapestrati e spaccatutto ma hanno il cuore buono e lo dimostrano in "Getting in tune", confessione d'amore struggente. Ma solo inizialmente! La loro vena distruttiva e aggressiva vien fuori a metà brano dove, tra un breve assolo blues e qualche frase malinconica buttata lì da Roger, la band apre lo spettacolo di rock'n' roll su timbri rythm'n blues che calzano perfettamente con lo stile del pezzo in quanto raggiunge velocità notevoli e suona accordi maggiori stile America del sud. La loro duplice identità musicale vien fuori palesemente anche in "Behind blue eyes". Fino a metà la versione studio è un-plugged, cori e chitarra, ma il minuto e mezzo finale è hard-rock tenuto per mano da Daltrey che naviga su tonalità cupe e agghiaccianti e da un bel giro armonico di Pete che firma quasi tutte le suite dell'album. Il finale signore e signori merita tutto l'album, ma anche tutta la carriera degli Who. "Won't get fooled again" è da capogiro, didattica e perfetta a voler usare un termine molto riduttivo. Ad ogni esecuzione dal vivo il brano chiudeva la serata e sprigionava in Pete & CO. tutta la loro rabbia repressa e non, facendo sì che tutti i loro risparmi andassero in fumo con la distruzione più totale e vera dei loro strumenti. La suite inizia con l'organo suonato con effetti rimbalzanti e psichedelici da Townshend, il quale fa da preludio al resto della strumentazione che parte coraggiosamente dopo circa 40'' facendo a capo alla voce di Daltrey che poi sul ritornello celeberrimo raggiunge la perfezione sonora e candida la parte in questione ad elemento imprescindibile. L'hammond che dirige le danze è suonato su accordi azzeccati e orecchiabili allo stesso tempo. Il chitarrista si supera con l'assolo che peculiarizza il brano verso metà percorso. Il bello però deve ancora venire. Gli ultimi due minuti sono da psicosi cerebrale e ipnosi musicale. Hammond snervante per un minuto, unico strumento, che si collegherà successivamente alla batteria e ad un urlo magistrale, monumentale e infernale di Roger Daltrey. QUESTA E' MUSICA!
Altro brano presente: "Going mobile".