WALKING THE BOOGIE - Small Jackets
2006
E' un onore per me presentare gli Small Jackets, band italiana che all'alba del terzo millennio dona rock 'n' roll allo stato puro. Tutto ciò che di bello ed entusiasmante hanno prodotto gli anni d'oro della nostra musica 'rocciosa' questa band lo ripropone in maniera fresca, cupa ed energica, con tanto cuore e talento da vendere (basti andarli a vedere ad un loro show). Dal vivo sono una macchina micidiale da rock! Nella loro seconda fatica quì trattata si inizia con "My surprise", un rock energico e tratto dalle migliore scuole in questione. Il brano parte con un giro di basso ipnotico del talentuoso Rob "Nobody" Tini che troneggia i primi secondi lasciando poi l'onere della seconda parte dell'intro al velocissimo Eddy Current che vi tramortirà ai primi tocchi d'elettrica. Il sound è tipico del metal dei primissimi anni '80 di chiaro stampo 'Saxoniano' ma originale e mai 'plagiato', conferendo così al gruppo una propria e solida identità musicale. Degno di nota lo stacco poco dopo metà brano in cui la chitarra e basso fraseggiano in funky per qualche secondo volando invece poi verso un assolo metal della chitarra che ricorda i bei tempi del 'Dirigibile' di Birmingham. Il finale, quasi fosse uno spettacolo circolare, si ricollega all'intro. La battaglia va avanti con "Forever night" dove il tagliente Lu Silver, cantante dalle preziose corde vocali che vi farà venire voglia di campionargli gli acuti, si ritaglia sulle sue forme un vestito su misura che mette bene in mostra le sue capacità ma senza trascurare, come accade in tutti brani da lui scritti, di creare un bilanciamento perfetto tra i vari componenti del gruppo, cosa che fa onore alla band. Il brano è tiratissimo, veloce e curatissimo specialmente a livello tecnico al punto che i vari stacchi di tempo brevettano il marchio di fabbrica dei nostri. Peculiarità della suite è la partecipazione con relativo assolo di chitarra di Nick Anderson e Robert Dahlqvist dei famosi Hellacopters. "If you don't need", scritto a quattro mani, cioè Silver-Current, esce leggermente dallo stile del gruppo ma serve a dimostrare come questi quattro musicisti tengano a debita distanza noia e ripetizione. Infatti la percezione che si ha è di un prog-metal a tratti impreziosito da cadenze funky che diventano suggestive quando il cantante metta mani alla chitarra ritmica con ottimi tempi ben cadenzati. In fase studio si percepisce la chiara presenza di un Hammond suonato, come Jon Lord ex Deep Purple insegna, su amplificazioni affini alla chitarra elettrica. "Leave me alone" signori è un brano d'altri tempi, musica dura e che fende gli animi. L'hammond del solito Dany Led (presente anche nel brano precedente) crea un retrogusto di 'profondo porpora' che lascia col fiato sospeso per tutto il tempo. I generi si miscelano tra loro quasi fossero miele in una bevanda calda, nonostante il funky troneggi e detti i tempi ritmici. Sul finire hammond ed elettrica saltelleranno a braccetto armonizzati in maniera egregia tra loro e col resto degli strumenti. Nell'album c'è spazio, con "Maybe tomorrow", anche per suoni sudisti con tanto di armonica e accordi in maggiore della chitarra ritmica sulle tracce di ciò che ZZ Top & friends hanno cominciato tanto tempo fa. Bello l'effetto sulla voce di Lu Silver sul principio. I cori sono ben intonati e donano freschezza al brano che mantiene comunque e saldamente la sua concezione rock con tanto di assolo blues veloce di chitarra secondo le migliore scuole sudiste. America insegna. La sana malinconia vi cullerà in "Wintertime", non è una ballad per antonomasia ma ne ha tutte le connotazioni espressive, nei suoni, nel testo e nei cori solo per citarne alcune. Brano lungo ma denso e fluido allo stesso tempo, specialmente sulla chitarra classica a metà brano che, non escludendo i cambi d'accordo, crea buon gusto e sensazioni contrapposte come solo il rock sa fare. D'altronde i primi album degli sperimentali Pink Floyd insegnavano proprio queste tecniche artistiche. Pregevole anche la parte ritmica della batteria che spazia su diversi fronti senza mai denotare difficoltà d'esecuzione o stanchezza alcuna. "Born to die", scritto dall'abile chitarrista, riprende toni decisamente progressive rock sia nella parte chitarristica che ritmica includendo almeno tre cambi di tempo con relativi assoli bravi ma mastodontici. Passando per "Heroes", rock aggressivo e sul chiaro stile della band, il cui assolo di chitarra è ad opera di Gabry Ravaglia, si passa alla strumentale e breve "Phoenix's light" che in pieno delirio progressive erge a monumento l'elettrica ben effettata di Current. "She don't care" é curatissima ed elegante. Il marchio è sicuramente metal e racchiude in sè assoli di chitarra corroboranti e visioni oniriche sulle battute della batteria velocissima guidata dall'ottimo polso/avambraccio di Danny Savanas che dal vivo stupisce in quanto ad energia e cadenza da metronomo. La 'traccia 11' chiude i battenti in 'un-plugged style' voce e chitarra delicatamente romantici. Lasciatemelo ripetere, la rinascita rock passerà per gli Small Jackets!
LOOK AT YOURSELF - Uriah Heep
1971
Eccoci di fronte una storica band con uno storico album. Per chi non lo sapesse sono ancora in giro per il mondo a suonare e sorprendere. La line-up è cambiata parecchio in questi ultimi 30 anni ma il sound è massiccio come sempre. Tra i primi a sperimentare il prog rock gli Uriah Heep si stagliano nel panorama musicale come una delle band che ha fatto la storia, nonostante all'epoca fossero incompresi al pari di gruppi che ebbero poi più fortuna quali i Black Sabbath. La loro musica era poco compresa in quanto pioniera e su di loro aleggiavano mistero e scetticismo. Vederli dal vivo però ripagava di gran lunga delle maldicenze. Di terra britannica il quintetto capitanato da Ken Hensley, tastierista/chitarrista, produce con questo lavoro un sound quasi perfetto e con quasi nessuna sbavatura testimoniando la loro grandissima capacità tecnica nonchè abilità magistrale sul palcoscenico. "Look at yourself" è il brano iniziale che presenta una band galvanizzata e assetata di marciare su percorsi inesplorati del rock. L'hammond che accompagna tutta la canzone è molto effettato e veloce ed Hensley urla così al mondo intero cosa si può fare con dieci dita, mentre il chitarrista segue con scale vertiginose il lavoro che il tastierista gli detta. Suggestivo e perfetto il break a metà brano che introduce un ritmo funky su velocità hard rock, mantenendo esattamente bilanciate batteria spasmodica e organo che chiude orgasmicamente il brano. Suono progressivo sul secondo brano "I wanna be free", i cori sono ben amalgamati e la suite è guidata magistralmente dagli stacchi della batteria che decide quando e come muoversi piuttosto che su quali generi farlo. Il finale è una cavalcata incessante su toni metal sia a livello vocale dell'ottimo David Byron, grande frontman con ottima presenza scenica, sia per la chitarra solista di Mick Box che getta le basi del suono metal che un decennio dopo verrà ampiamente conosciuto. Molto strutturata e decisamente sullo stile british è "July morning". Il genere ben si adatta ad un'armonizzazione orchestrale del brano dove i tempi sono standardizzati e i vari strumenti si susseguono con programmazione ben definita. Fa da padrone l'hammond di Hensley che suona musica classica su tempi rock performando quattro, dico quattro, minuti di assolo sul finale a braccetto con l'elettrica di Box. Degne di nota le performance vocali di Byron che dimostra la grandissima estensione vocale e si qualifica antesignano dello stile che più tardi Ian Gillan 'plagierà'. Arriviamo al brano che più rientra nel marchio di fabbrica Uriah Heep, "Tears in my eyes". La chitarra è potente e distorta fino a quasi metà brano per poi lasciare spazio ai cori ancestrali che fanno da preludio al solito perfetto Hensley che cura personalmente reverberi ed effetti ovattando il suono del suo hammond in previsione del successivo break funky velocissimo che diventa orecchiabilissimo dopo appena un solo ascolto non deludendo però assolutamente gli orecchi più sofisticati. Cura maniacale richiede invece l'incisione di "Shadows of grief", song dal tono imperioso e cupo allo stesso tempo, lunga come le scuole prog insegnano e impastata di cambi di tempo spasmodici e nervosi. Suggestiva la parte centrale dove si innalzano dei cori che partono bassisimi sia come volume che come tonalità per raggiungere poi altezze da voci bianche in pieno stile gospel. Il tema è hard rock contornato da un alone di ambiguità e mistero progressive. Resta spazio anche per tracce di psichedelia sul finire che raggiungono l'apice sul feedback creato ad arte dalla band. Immancabile nell'album la ballata elegante "What should be done", di chiara matrice britannica, dove un organo vellutato ripercorre melodie celestiali e sub-urbane che sapientemente riconducono ad esperienze antropologiche (ma che cacchio ho detto?). Il giro armonico che chitarra e piano scandiscono è swing travestito carnevalescamente da blues. "Love machine" chiude il sipario e sembra sfornata dal 'profondo porpora' in piena rivoluzione Coverdale/Hughes. I timbri sono gravi con una batteria quasi totalmente in levare e Byron intona acuti quasi come fosse un gioco da ragazzi passando da tonalità medio-basse ad altissime con una semplicità e limpidezza tale che farebbero invidia a qualsiasi singer che si rispetti. I riff della chitarra seguono scale di musica classica d'altissimo livello ma su tempi hard-rock. Affascinante il gong che ad libitum per definizione chiude il sipario. Due curiosità peculiarizzano l'album. La prima è la copertina particolare che riveste il vinile con due occhi che scrutano sopra uno specchio che richiama al titolo. La seconda è la presenza di altri due brani, "What's within my heart" e la delirante, cosmica e surreale "Why"(estesa da 11'18" in fase studio a 14' in fase live), che non compaiono nell'album ma verranno eseguiti solo dal vivo nel tour promozionale.
DISRAELI GEARS - Cream
1967
Storica band che ha dato i natali a grandi personaggi i Cream hanno mantenuto il loro marchio di fabbrica blues per tutta la loro durata nello show-business internazionale. Quasi tutti i brani sono firmati anche dal celeberrimo chitarrista Clapton che all'epoca navigava su scale decisamente più veloci che ai giorni nostri ma mantenendo comunque la fama di 'slow hand' che l'ha sempre contraddistinto. L'album in pieno periodo progressive va in controtendenza e firma un lavoro assolutamente figlio della 'musica del diavolo', a sprazzi rock'n' roll vecchio stampo. Il primo brano, "Strange brew", è inconfondibilmente di stampo Claptoniano con la chitarra che apre le danze su accordi blues e ricorda gli indiani d'America con un sound malinconico e cori delicati. L'armonizzazione è essenziale come le migliori scuole blues insegnano, impreziosito però da due assoli di chitarra nella parte centrale e sulla parte finale, quest'ultimo dalle caratteristiche sudiste che hanno poi impazzato nel decennio successivo. La successiva suite è epocale. "Sunshine of your love" è il loro cavallo di battaglia di sempre, chiunque ascolti il brano potrebbe forse non sapere che appartiene al gruppo in questione ma sicuramente l'avrà sentito almeno una volta nella vita. Il minuto di assolo centrale che Clapton ci regala è quasi più famoso di se stesso, le sue mani cercano e trovano delle note improbabili che fondono la melodia in un cosmo delirante di suoni blues. Il ritornello con i cori ben intonati e ottime seconde voci è geniale. "World of pain" esce un pò dallo schema del disco ma non sfigura assolutamente col resto. Il marchio è decisamente più classico ripercorrendo le orme che artisti del nuovo continente avevano lasciato almeno un decennio prima, l'unica differenza l'uso abile di reverberi usati a volume massimo sulla chitarra in alcune parti del brano, concedendo un genere quasi swing a tratti. La traccia 6, "Tales of brave Ulysses", è antesignana di ciò che qualche anno dopo il 'Dirigibile' di Plant and CO. farà conoscere al mondo come il proprio stile, ma in questo caso questi tre musicisti brevettano il genere, cioè miscelare perfettamente due generi diversi quali il Blues e il Rock. Infatti nonostante poco più di metà del brano si muova su tempi e note blues il finale è chiaramente rock con un Clapton galvanizzato e veloce come poche volte ha dimostrato di saper essere, anche la batteria sul finale si muove con cadenze rocciose con ripetute rullate e un uso maestro del 'raid'. "Swlabr" nonostante il titolo curioso (sono le iniziali del titolo originario "She was like a bearded rainbow") sembra un bicchiere d'acqua fresca in un estate torrida, gli accordi in maggiore e i tempi scanditi dalla batteria e dalla voce creano un'aura di piacevole spensieratezza al brano che sul celebre ritornello raggiungono il climax. Il ritmo è veloce e ottimamente cadenzato con distorsioni di chitarra che annunciano l'avvento del rock al mondo intero. Sperimentazione e psichedelia caratterizzano "We're going wrong". Il suono è ben riconducibile a queste due correnti appena citate sia per l'uso della voce soffiata e quasi stonata nonchè poco usata nel brano, sia per i suoni ovattati e sperimentali che circondano la suite con una batteria martellante e in continua rullata quasi ad evocare spiriti sconosciuti. La chitarra segue un percorso diverso ma consono seguendo la voce nelle sue note duramente scandite. Altro brano famoso è "Take it back" che introduce nell'album l'utilizzo dell'armonica che suona note dei cowboy cresciuti a pane e country. Preciso che il brano non è classicamente country ma viene interpretato in questa chiave dai Cream. Curiose le voci di un fantomatico pubblico che balla, schiamazza e applaude al trio durante l'esecuzione del pezzo. Il saluto è con "Mother's lament", un brano eseguito esclusivamente con voci scanzonate e piano swing con il trio che si cimenta in seconde voci e cantate da post-sbornia. Volutamente godereccio. Altri brani presenti: "Dance the night away", "Blue condition", "Outside woman blues".