LED ZEPPELIN - Led Zeppelin
1969, January.
E si fece Rock! Un nuovo giorno. Inutile presentare i Led Zeppelin. Si presentano da soli con questa loro opera prima. Stiamo parlando del gruppo leggenda che più di ogni altro ha influenzato la scena musicale dei lustri a venire. Al gruppo già formato da Jimmy Page, John Paul Jones e John Bonham mancava la voce solista ed ecco materializzarsi la voce che impersona il rock e il blues nella loro essenza primaria: Robert Plant, cantante dalle spiccate doti blues ma assolutamente efficace anche sui toni metal. E allora si parte! Questi quattro inventori del rock aprono il loro album con "Good times bad times", brano epocale che rimarrà intatto fino alla loro dipartita. Il brano ripercorre il blues nelle sue connotazioni più classiche ma si riaggancia ad un rock deciso ed affilato a metà percorso grazie alla chitarra spasimante di Page che macina scale su velocità molto affini ai gruppi suddisti dell'epoca. "Babe I'm gonna leave you" delinea un tracciato progressive in un periodo ancora oscuro per il genere in questione. Il pezzo è infatti un continuo alternarsi di tempi intervallati da break azzeccati e ben costruiti appoggiati sulla chitarra acustica e a tratti elettrica, il tutto a miscelarsi con sincronia perfetta e melodia allo stato brado. Da dire che questo è l'unico brano in cui partecipa alla stesura Plant, lo si nota anche da come si ritaglia addosso il vestito su misura. La traccia n.4 è da sublimazione sensoriale, "Dazed and confused". Qui Jimmy Page ha dato libero sfogo alle sue paure più inconscie e sforna uno dei brani più belli della storia del rock dai suoni gravi e tetri che elargiscono sound ovattato ma al contempo immediato e deciso su percorsi a tratti sperimentali, specie a metà del pezzo, ma che fanno solo da preludio ad una galoppata rocciosa da fare invidia a tutti i gruppi hard-rock che inseguito a questa si ispireranno. Jimmy si esibisce in un assolo vertiginoso della durata di un minuto che sfiderà tutte le leggi della tempistica e della sincronia assoluta. Da molti definito il miglior assolo di chitarra di sempre, non da me. Lasciatevi trascinare dalla melodia corroborante di "Your time is gonna come", il suono è pulito, delicato, tecnicamente perfetto. La voce di Robert Plant è surreale, un bicchiere d'acqua fresca in pieno deserto del Sahara, melodiosa e graffiante nello stesso momento, vi scruterà l'anima, supportata dalle seconde voci che danno un tocco orchestrale al brano. Cosa sarebbe stato il rock senza "Communication breakdown"? L'energia è primordiale. 2'27" di hard-rock scandito dalla batteria di Bonham che forse più di tutti i compagni ha deciso le sorti rock del gruppo, alimentato dalla chitarra sferzante e la voce tagliante che conferiscono al pezzo un sound pioniere. "I can't quit you baby" é un blues molto lento che esalta i virtuosismi di Page, troppo presente. Ma è solo un brano cuscinetto che fa da preludio a "How many more times", l'essenza del suono degli Zeppelin. Melodie cupe e alternate da riff massicci e martellanti. La durata è da brano progressive delle migliori scuole, lunga. La struttura del pezzo racchiude in sè gli elementi principali del rock duro, ovvero batteria ben scandita e con una gran cassa a volume sostenuto, chitarra ottimamente effettata ma mai stucchevole e voce tagliente che segue il basso su sali-scendi cadenzati perfettamente. Gli ultimi due minuti sono imponenti con la chitarra di Page che miete vittime al suo passare, marchiando a fuoco i giri melodici che accompagneranno il gruppo in tutta la sua storia, e Plant che sfoggia il suo sapere regalando acuti generosi e mai ostentati. Il tutto impreziosito da un basso ed una batteria essenziali ma che scandiscono in maniera sapiente i tempi della vera musica. Altri brani presenti: "You shook me", "Black mountain side".
IMAGES AND WORDS - Dream Theater
1992
Avviciniamoci e scrutiamo. Inizia la sperimentazione musicale in tema metal. Il laboratorio sotto attento esame è un gruppo in fase di evoluzione, questa è infatti la loro seconda fatica, ma per la prima volta alla voce compare un esponente progressive di tutto rispetto, James LaBrie. Voce che raggiunge sonorità più metal che rock, ma graffiata e piena al contempo. Il gruppo è formato da maestri dell'arte musicale, la tecnica è sopraffina e la struttura dei brani a dir poco coinvolgente e sconvolgente. Il brano d'esordio rimarrà il pezzo climax nelle esibizioni live dei Dream Theater, "Pull me under". Elogio al prog-metal e a tutte le sue deviazioni. La società Ibanez firmerà una delle sue chitarre John Petrucci seguendo le direttive costruttive proprio del chitarrista della band. Nel brano in questione infatti il chitarrista alterna melodie accompagnatorie alla voce di LaBrie ad assoli originali e spietati che ripercorrono le basi dell'hard-rock avvicinandole inesorabilmente ai sound prettamente metal. Il finale vi lascerà sorpresi. "Another day" è una ballata struggente suonata sulle note di strumenti a fiato abbinati al genere in maniera egregia, abbinamento coraggioso ma riuscito alla perfezione. Sembrano due gemelli siamesi l'elettrica sul finale che consegna il testimone ad un sax soprano autorevole che concluderà il brano. Susseguirsi di break e riff potenti l'intro di "Take the time", brano decisamente sperimentale. Il pezzo racchiude in sè almeno tre generi quali funky, rock e metal. Sull'inizio la voce si esibisce in un genere da lei poco sperimentato ma eseguito con successo mentre la chitarra fraseggia a tempo con la batteria del pluripremiato Portnoy sul tempo delineato dal bassista che nelle fasi funky dimostra di non essere secondo a nessuno in quanto a tecnica e velocità. Curiosità del brano la frase in italiano detta da un personaggio misterioso a metà percorso. Un altro pezzo che resterà nel repertorio base live della band è "Surrounded", parte come una ballata ma diventa inequivocabilmente un brano progressive con parti velocissime e perfettamente a tempo nelle quali il chitarrista dimostrerà le sue capacità esecutive. Sul finale si ritorna, come in uno show circolare, alla ballata iniziale con in evidenza il piano di Moore e la voce malinconica del cantante. A dimostrare quanti brani immortali per la band abbia sfornato questo album si inserisce anche la traccia n.5 "Metropolis - Part 1 'The miracle and the sleeper'" che riproduce la prima parte di un brano che verrà ripreso successivamente con un intero album intitolato "Metropolis - Part II" (Ringrazio Badde, batterista dei famosi 'Gasoline76', per la precisazione su 'Metropolis-part II'). Quasi 10 minuti primi di scuola progressista con cambi di tempo veloci ed esibizioni pratiche dei virtuosi musicisti che compongono la band, in questo caso anche il tastierista Kevin Moore, che firma quattro brani di questo lavoro, prende coscienza delle sue doti classiche e impone il suo timbro al resto del gruppo accompagnando su scalate vertiginose il velocissimo bassista giapponese. Cito "Under a glass the moon" solo per dire che sembra una copia spiegazzata di "Take the time" con l'unica variante di donare troppo generosamente assoli e break petulanti. Si riscoprono suoni tetri in "Wait for sleep", brano scritto e composto esclusivamente dal tastierista il quale si ritaglia una parte importante in una canzone che esce dagli schemi classici del gruppo e dona eleganza e swing all'album. In primo piano quasi esclusivamente voce e piano. La suite che conclude il lavoro in questione è "Learning to live", opera del bassista in quale non pecca di protagonismo ma firma un brano che su accordi minori delinea sonorità vicine alla musica classica con fiati e tappeti che fanno da appoggio ad un progressive molto tecnico e a tratti 'epico'. Lo si può notare dopo circa otto minuti quando un break di un paio di secondi introduce il piano e a seguire altri strumenti a fiato tra i quali trombe e violini nonche cori ultraterreni che danno il tocco orchestrale che garantisce epicità.
LONG LIVE ROCK 'N' ROLL - Rainbow
1978
Rinomata terra di rock'n' roll l'Inghilterra ci regala ancora delle gratificanti e dissetanti perle sonore. Stanco del solito 'profondo porpora' in cui precipita ormai frequentemente privo spesso di coscienza il camaleontico Ritchie Blackmore da vita ad uno dei gruppi che hanno segnato indelebilmente la storia del metal e dell'hard-rock, i Rainbow. Alterna diversi cantanti ma l'unico che marchierà a fuoco la band corrisponderà al nome del dissacrante, spietato e sibillatore Ronnie James Dio, vocalist per antonomasia della scena Rock dell'epoca e tutt'oggi instancabile cantante. I due protagonisti danno quindi sfogo alle loro ansie e inneggiano alla vera musica galoppando inesorabilmente su binari misteriosi. Aprono il lavoro con "Long live rock'n' roll" che resterà una pietra miliare del gruppo eseguita in fase live con esaltanti performance. Per far capire di che pasta è fatto 'Dio' macina intensità e grinta sin dalle prime note che intona facendo da apri pista per un Ritchie scatenato che dopo appena un minuto e mezzo dimostra freschezza esecutiva e tecnica sopraffine in un assolo corroborante. Il sound combacia perfettamente con lo spirito del pezzo che augura lunga vita al rock. Decisamente su toni prog-metal è "Lady of the lake", brano di fattura complicata ma consono al genere in questione dove i tempi cambiano puntualmente avvicendando dinamiche che precipitano ad esecuzioni più lente. Da notare in questo brano che il celeberrimo chitarrista si cimenta in 'slide' molto azzeccati che danno un tocco epico al pezzo. "L.A. Connection" è musica diversa, riff aggressivi ma che cadono su accordi diversi, meno cupi, che si addicono molto di più ai colleghi del nuovo continente, molto influenzati dal blues e dalle sue molteplici sfumature. In controtendenza 'Dio' sfoggia un rauco da paura che elettrizza le frequenze, mandandole in corto circuito. Il brano che domina l'album è invece "Gates of Babylon". 6'47" di dominio epico progressista con tanto di flauto e violino iniziali ad empire il vuoto di percussioni. Vi troverete catapultati in una battaglia all'ultimo sangue, combattuta a suon di assoli di chitarra e acuti d'intensità terrificante. La chitarra di Blackmore alterna fasi morbide e vellutate a ritmi frenetici e galoppanti di estenuante durata. Gli archi sono magistrali garantendo uno scenario monumentale e a tratti orchestrale. Il 'the day after' è gustoso e per palati sopraffini, "Kill the king". Stiamo parlando di un caposaldo del repertorio live del gruppo in questione, brano scritto a sei mani, con la partecipazione del talentuoso batterista Cozy Powell. Punto fermo del brano l'assolo di chitarra strepitoso e selvaggio della durata di un minuto e mezzo che Ritchie, su velocità deuteroumane, aggancia e distilla sapientemente. Piccolo tranello in "The shed (subtle)" dove il quintetto affiatato recupera il testimone passato dagli Zeppelin in un brano che vi sembrerà suonato da Jimmy Page e cantato da Robert Plant con tonalità prerogativa dei blues man per 'Dio' ed espressione quasi copiata a Page, in fatto di sei corde, per Ritchie. Il chitarrista si riapproprierà del proprio genere in "Sensitive to light" scandendo il marchio 'profondo porpora' tanto ostentatamente e pubblicamente ripudiato dallo stesso. Altri brani presenti: "Rainbow eyes".
PERMISSION TO LAND - The Darkness
2003
Con questo album ci troviamo di fronte ad un altra band che tesse le trame del rock in maniera assolutamente classica, proprio come il rock vuole manifestarsi. Siamo nella solita Inghilterra e i fratelli Hawkins han deciso di dare commercio alle loro scorribande musicali, li ringraziamo per questo, ci mancava un pò di sano ed essenziale glam/rock. Perchè è di questo che si parla in questo lavoro, rock allo stato brado, puro, incontaminato. Incontaminato si fa per dire anche perchè i due fratellini si rifanno a parecchi gruppi patriarchi del genere, vedi AC/DC, Judas Priest, Queen, etc. E' un'opera immediata e diretta, come una Porsche spinta a 240 km/h che vi investirà sbattendovi all'indietro e devastandovi. L'accelerata iniziale è di tutto rispetto e si chiama "Black shuck", gran cassa e chitarra distorta martellanti per 41" sulla cui spiaggia sbarca la voce infernale e falsettata di Justin, cantante di doti incommensurabili, definito 're del falsetto' del periodo contemporaneo, alterna voce rauca ad urli strozzati come fossero scherzi da infante. Ritornello mozzafiato che non da tregua ad ascoltatore ed esecutore, in perfetta sintonia col target che il genere impone, con rullate di batteria lunghissime e scale vertiginose del chitarrista solista nonchè cantante. Impossessatosi del gene della musica Justin & Bros. regala una perla di rara beltà di nome "Get your hands off my woman" che cavalca le velocità psico-sensoriali di gruppi speed-metal i quali donano assoli di chitarra e basso su tempi impensabili, il tutto ben condito da una voce impertinente e oltraggiosa. "Growing on me" nel più classico delle partiture rock approfondisce il tema della musica che non può non piacere con chitarra che asseconda la voce e viceversa muovendosi su un sound da colonna sonora ben costruito sia nelle seconde voci che nell'armonia del brano, completamente in tonalità maggiore, con un minuto di assolo di Stratocaster finale ad libitum. Il primo singolo che ha dirottato la band su successi che neanche loro immaginavano è invece "I believe in a thing called love", pezzo stra-ascoltato e stra-passato nelle radio su frequenze rock che rende caratteristico il brano per il continuo alternarsi del cantante prima in versione falsetto e appena dopo in versione 'real', che i cantanti esperti riconoscono come una delle cose più difficili da eseguire in assoluto. Il suono è decisamente glam ma con quel tocco di hard-rock che spinge all'ascolto anche gli orecchi più pretenziosi. Ballata, immancabile in un gruppo rock che si rispetti, è "Love is only a feeling" dai toni non lentissimi ma rallentati sicuramente rispetto all'andatura che ci avevano imposto sui primi pezzi del cd. La citazione alle ballate della 'regina' d'Inghilterra è inevitabile, chi conosce i Queen sa di cosa parlo. Eccoci ad uno dei brani più strutturati dell'album, "Stuck in a rut". Strutturato in quanto a tempo inteso come ritmo che la batteria scandisce, quasi completamente in levare, nonchè come giro armonico, molto delizioso ma complesso e non di facile esecuzione in quanto molto veloce e perfettamente cadenzato con la chitarra che bacia appassionatamente rullante e gran cassa senza sbavatura alcuna. Il tutto non per pochi intenditori ma piacevolissimo per tutti coloro che amano la buona musica. Conoscendo i programmi 'erboristici' per il venerdì sera del lead singer in "Friday night" (tra l'altro secondo singolo dell'album) arriviamo a "Love on the rocks with no ice". Senza farsi ingannare dal titolo volutamente scanzonato, prerogativa della band, siamo davanti ad un brano di fattura suprema che sprigiona energia atomica pura trascinandoci in un suono carico di tensione e fredda esecuzione che miscelati assieme rendono l'ascolto unico nei fini e nei mezzi. L'assolo d'elettrica dopo circa tre minuti è di quelli agghiaccianti, non in quanto a virtuosismo ma in fatto d'espressione, nota peculiare per un giovane chitarrista, siamo di fronte al talento! Il brano finale è da palpitazione romantica, che sfata l'idea del rockettaro senza cuore, anzi dotato di più muscoli in questione. "Holding my own" sono quasi cinque minuti di tsunami melodico, l'intro della chitarra di Justin è da capogiro, tenetevi ben saldi, qui getta le basi per una ballata immortale, che resterà nei secoli, di più non riesco a dire, da ascoltare. Altri brani presenti: "Givin'up".