Partecipano

mercoledì, 29 novembre 2006

WOLFMOTHER - Wolfmother

2006


wolfmother Chi l'ha detto che il Rock è morto?! Ah sì...l'ho detto io. A parte gli scherzi il Rock è davvero morto, ma qualcuno ogni tanto lo riesuma. Questo è ciò che è accaduto in Oceania qualche tempo fa... Infatti questi tre (sono tre ma fanno 'casino' per dieci) ragazzi australiani la sanno lunga in quanto a musica fatta con i guanti. Il loro sound si ispira a tutto ciò che di buono ha dato il rock tra la fine degli anni '60 e gran parte degli anni '70. Sono continue le loro citazioni a gruppi come Led Zeppelin, The Jimi Hendrix Experience, The Who, Deep Purple, per menzionarne solo alcuni. Impossessati dal demone del Rock, che dall'alto imponeva punti di riferimento e riff ben studiati ma al tempo stesso immediati e leggiadri, i Wolfmother hanno sfornato uno dei pochi album di buona musica 'rocciosa' degli ultimi anni. L'album inizia con un 'tributo' agli Zeppelin intitolato "Dimension" dove una chitarra poco effettata e ben distorta dell'ottimo cantante/chitarrista Andrew Stockdale apre la pista allo slalom gigante del pezzo che si impone su un basso poderoso ed una voce tagliente e altissima nel classico stile hard-rock. Degni di nota i frequenti cambiamenti di tempo che ci regalano un sound molto originale e poco stereotipato. Frequenti cambi di batteria con la chitarra molto distorta ma al tempo stesso molto precisa concedono al brano uno stile curato e ben cadenzato. Altro stile, altre citazioni, altro su "White  Unicorn", la band apre con un piano 'Who style' passando su note e sound decisamente pesanti 'Black Sabbath style' e ultimando il brano con sonorità dei migliori Deep Purple. Mai ostentato l'uso della chitarra che negli anni '70 invadeva il brano in esecuzione ma appositamente inserito in questo pezzo che risulta ottimamente bilanciato nei suoi strumenti essenziali. "Woman", presentato come primo singolo dell'album è un'invasione di musica poco orecchiabile per la prima parte ma molto strutturata sulla parte centrale in fatto di batteria e con dei riff di chitarra azzeccati che accompagnano tutto il pezzo. Abile l'uso dell'hammond che in parte segue il giro armonico della chitarra e in parte regala assoli vertiginosi. Il brano inscena a livello sonoro una poderosa cavalcata alternando organo e chitarra elettrica in un 'ping pong' mozzafiato. Meraviglioso assolo di chitarra in "Where eagles have been", forse il più bello dell'album, che dopo due break di eccellente fattura all'inizio e a metà del brano che diamantizzano il pezzo configurandone più sfaccettature all'interno, irrompe con ostinata fantasia e inneggiando alle migliore scuole delle sei corde. Saltellando sul punk-rock di "Apple Tree" passiamo a "Joker & The Thief" che riassume in 4'40" tutte le melodie del rockabilly, che dalla fine del '70 a gran parte degli '80 abbiamo ascoltato dai gruppi pioneristici del genere. Ballata, metallo pesante e punk sono invece i tre elementi di "Mind's Eye" in esatta successione eseguita in fase sperimentale, per quanto riguarda il gruppo australiano. Sperimentale in quanto mai prima d'ora gruppi musicali contemporanei avevano mai osato tanto. Riconfermando la loro spiccata vena punk-rock in "Tales" sembra di ascoltare Syd Vicious nelle sue migliori performance. Caratteristica del brano, come di tutto l'album, intervallare il genere in questione con ritmi decisamente più lenti. "Love train" è sicuramente il brano più personale che il terzetto presenta in questo lavoro con l'assolo di chitarra che fluttua su melodie funky-blues e con una voce eclettica che passa da parti medio-basse ad acuti degni dei rock-singer di rinomata esperienza. Nella loro carrellata di generi e citazioni famose i Wolfmother non dimenticano il rock dell'America del sud con accordi in maggiore per "Vagabond" e suoni freschi e positivi che gruppi come ZZTop e Allman Brothers Band ci hanno abituato ad ascoltare. Altri brani presenti: "Witchcraft", "Pyramid", "Colossal".

 

postato da: Jegervoice alle ore 08:49 | link | commenti (10)
categorie: wolfmother
mercoledì, 22 novembre 2006

A NIGHT AT THE OPERA - Queen

1975


a nigth at the opera Oltre cinque milioni di copie, circa 180 tracce vocali per un singolo pezzo, primo videoclip nella storia musicale per un brano presente in questo lavoro, primo album ascoltato in giovane età da un'attuale rockstar planetaria (sto parlando di Axl Rose) il quale si convinse che il rock e la musica sono lo stesso essere. Tutto questo è "A night at the Opera", album quasi completamente auto prodotto. Siamo davanti ad un opera rock d'altri tempi, una leggendaria band che incide un leggendario album. Assieme al 'fluido rosa' l'unico gruppo del quale si può tranquillamente dire che non rivestano un genere precostituito e questo loro lavoro in questione lo dimostra. L'eterea voce fredda e calcolatrice di Freddie inaugura l'inizio con "Death on two legs (dedicated to...", brano eseguito spesso nei primi live successivi all'uscita del disco ma raramente ripresi nel periodo post-Wembley, tanto per intenderci. Interessante la commistione tra chitarra distorta e piano sinfonico che accompagna quasi tutto il brano, rendendo Brian May un chitarrista virtuoso e molto adatto al genere progressive come testimoniano le diverse testimonianze di chitarristi del genere in questione. "Lazing on a sunday afternoon" lo commento esclusivamente per dire come i Queen in questo pezzo dimostrino di essere stati i patriarchi del 'Rockabilly', tornato in voga ultimamente dopo le maggiori glorie degli anni '80. Pezzo decisamente hard-rock è invece "I'm in love with my car", le sonorità sono quelle dei migliori Black Sabbath e il pezzo pare sia dedicato ad un giovane corridore di automobili di nome Johnatan Harris. La parte vocale è incisa dal talentuoso Roger Taylor (è anche autore del pezzo) che sveste per un attimo i panni di giovane batterista e si riscopre abile cantante con una voce meno fresca e incisiva di Freddie ma sicuramente più cattiva e dannatamente sporca, adattissima al genere hard-rock. Passando dal marchio distintivo in fatto di arrangiamento e stile della 'regina' "You're my best friend" creata dal bassista John Deacon arriviamo a "'39", pezzo curioso per un gruppo inglese che tenta di copiare i riff del rock texano e suddista ma in maniera poco adatta, soprattutto nella parte vocale eseguita in questo caso dallo stesso chitarrista autore anche del brano. Non desta sospetti invece la canzone dello stesso May intitolata "The prophet's song" che ci regala preziose doti canore del gruppo sia in fase solista dell'ottimo Mercury (il quale si supera in tonalità difficilmente eseguibili) che in fase corale assieme a Taylor e May. Degno di nota anche il break centrale che lascia in primo piano le voci corali per poi ripartire progressivamente con slanci poco sinfonici e molto rock sulle corde della chitarra spasimante che annega nel suo stesso sangue il 'pop' assegnando al brano una valenza superiore che nella prima parte. Lo 'strano' strumento a corde in apertura è un Toy Koto maneggiato egregiamente da Brian May. Elegante è l'arpa di "Love of my life", brano che i Queen amano particolarmente e che nei live Mercury esegue quasi a cappella seguito da un pubblico spesso molto intonato. Eccoci arrivati a un caposaldo della musica rock-progressive di sempre: "Bohemian Rhapsody", questo brano da solo vale tutto l'album, non è un'esagerazione, è la pura verità. 180 tracce vocali solo per questo brano che è pioniere anche dei primi videoclip musicali (Si dice che Justin Hawkins, cantante dei The Darkness sia stato scoperto e scritturato dopo averlo sentito cantare proprio questo brano). Va detto che Freddie Mercury, autore del pezzo, aveva fatto ascoltare ad un famoso dj radiofonico dell'epoca questo brano raccomandandogli di non renderlo pubblico ma il dj infischiandosene altamente lo aveva trasmesso trasformandolo un successo prima ancora della sua pubblicazione ed incisione. Le molte facce di Bohemian Rhapsody, sia nella parte arrangiata che nella pura melodia, superano l'atmosfera terrestre e si catapultano su pianeti musicali a tutt'oggi sconosciuti. 'Grazie Freddie, Roger, Brian e John'. Altri brani presenti: "Sweet lady", "Seaside rendezvous", "Good company", "God save the queen".

 

postato da: Jegervoice alle ore 09:03 | link | commenti (11)
categorie: queen
lunedì, 20 novembre 2006

GOATS HEAD SOUP - The Rolling Stones

1973


GOATS HEAD SOUPGrazie 'Pietre Rotolanti' se potete leggermi o sentirmi (lo sto urlando). Siamo davanti ad un capolavoro, basti dire che questo è l'album di "Angie", "Winter", "Doo doo doo doo doo (Heartbreaker)"...le altre le dirò più tardi. Correva l'anno 1973 e il duo affiatato Jagger-Richard decise di porre fine al cazzeggio e pubblicare uno dei loro album più belli, più delicati, più blues, più sofferenti, più rock, e poi tutto assieme a fondersi indelebilmente. Si inizia con la chitarra magistrale di Keith Richard che arpeggia sulle note soffocate di Mick che intonano (si fa per dire) "Dancing with Mr. D.",  l'onnipresente New York City che fa da sfondo a parecchi  loro pezzi e lo splendido assolo di chitarra che accompagna la monotona ma azzeccata sequenza di "...dancing dancing with Mr. D...." che Mick esegue, vi sembrerà di ballare con il misterioso Mr. D. e saltellare con i Rolling Stones. Su "100 years ago" va detta una cosa importante per far capire con che pezzo ci stiamo rapportando, cioè che ci ritroviamo con una galoppata finale di chitarra e voce, con pochi precedenti e quasi nulli postumi, in pratica per più di un minuto e mezzo di selvaggia ascesa al paradiso. Si parte con un piccolo assolo di piano di Billy Preston che fa da preludio alla chitarra elettrica in fase ascensionale a velocità stupefacente per un chitarrista perennemente 'in viaggio' come Keith, mentre Mick lo accompagna con la sua sacrilega, graffiata e rovente voce che fraseggia e vocalizza un blues travestito da rock.  Su questo galoppo rock'n roll spira il pezzo. "Coming down again" è invece una ballata precisa e con poche pretese, nella migliore tradizione della band, d'altronde una ballata è una ballata, serve a far muovere a ritmi lenti e intriganti. Il pezzo è impreziosito da un bell'assolo di tromba del turnista del disco Chuck Finley e da ben intonate seconde voci. Tutto questo fa da preludio ad uno dei pezzi meglio riusciti nella storia blues degli Stones ovvero "Doo doo doo doo doo (Heartbreaker)" che ripercorre le basi della musica originaria di New Orleans, su questo brano la mente vi porterà per percorsi alternativi che non avreste mai pensato possedere panorami così suggestivi. Come dicevo all'inizio l'album contiene "Angie", ballata d'altri tempi che ha reso famoso il gruppo anche nel vecchio continente. Ritengo importante dire che il brano raggiunge l'apice specialmente in fase Live dove il gruppo abbina il pezzo a riusciti e toccanti effetti di luce che conferiscono maggiore incisività al pezzo di per sè lento e trascinato nella versione Studio. Stupendo il piano in sottofondo che regala momenti di pregiata ed elegante arte musicale. In postazione 8. troviamo "Winter" che candida Jagger & Co. come rockettari dall'animo buono. Keith Richards si esibisce in un assolo di Gibson che rievoca lo sfondo di un pianeta arido dominato dall'essere animale dotato di spiccate capacità musicali. Raccolta di suoni psichedelici, voci d'altri mondi e sperimentazione è invece il brano "Can you hear the music" dove la parte strumentale, in particolare riferimento alla passeggiata a braccetto di batteria e chitarra ritmica, cita in maniera inequivocabile l'abile 'quartetto di Liverpool' dalla band in oggetto sempre sfidata e canzonata, ma inesorabilmente caduta nel tranello in questo caso. Altri brani presenti: "Silver train", "Hide your love", "Star star". 

postato da: Jegervoice alle ore 10:30 | link | commenti (5)
categorie: rolling stones
mercoledì, 15 novembre 2006

MEDDLE - Pink Floyd

1971


meddlePink Floyd non è solo "The Wall", "Wish you were here" o "Dark side of the moon", Pink Floyd è soprattutto "Meddle". Questa opera massima del 'fluido rosa' non è necessariamente un percorso musicale ma un percorso di purificazione, esatto, ecco cos'è: purificazione! All'album appartengono la purezza del blues e la purezza del rock, racconto essenziale, questo del gruppo, che come pochissimi altri ha cambiato il corso della storia musicale. Meddle è un'opera unica, è riduttivo scandagliarlo brano per brano, ma lo farò, dopo. Voglio dire che  quando e se lo ascolterete dovete spegnere i contatti col mondo esterno, farvi catapultare nel periodo storico in cui fu ideato e arrendervi alle dimensioni sfalsate che l'ascolto dell'album provoca; sì, perchè una volta messo in 'play' il cd non avete più scampo nè possibilità di non pensare più a quest'opera per il resto della vostra vita, vi sconvolgerà i sentimenti e vi farà fibrillare il cuore ogni qualvolta ripenserete o risentirete i traballanti giri armonici di Gilmour, le blueseggianti note di Waters, le mani sapienti di Wright o la gran cassa di Mason che vi tramortirà indelebilmente (vedi "One of these days"). Sicuramente album migliore per la band, sia sotto l'aspetto sperimentale che all'epoca impazzava in England, sia per la concezione base della musica, l'essenzialità, la consapevolezza che senza eccessivi virtuosismi si può toccare ugualmente il cuore delle nostre fragili menti. Il gruppo ha eseguito dal vivo tutti i brani anche nel celeberrimo "Live in Pompei" che vi garantirà la gioia di vedere realizzati i sogni della vostra vita. L'album apre con un Mason scatenato in "One of these days" dove partendo in maniera sincopata, con un basso tamburellante di Waters e tartassante, finisce per poi immergersi nel letto di piume e spine delle percussioni di Mason che a suon di colpi di polso e avambraccio dona una performance da accademia delle arti musicali (prendete un valium prima dell'ascolto). Gilmour quasi di sottofondo svisa la sua elettrica su toni decisamente hard-rock. "A pillow of winds" è una musica d'altri tempi, senza età nè spiegazioni di sorta, basti dire che le voci si fondono come usignoli malinconici, come burro nel pane caldo, piacevole al palato e piacevole alla mente, il brano rimette in pace cuore e anima. Cos'è il blues? "Fearless", questo è il blues! Chi pensa che il blues sia solo ideato ed eseguito da gente come Duke Robillard, John Hammond o John Lee Hooker si sbaglia di grosso, questo brano è blues allo stato brado con chitarra usata in bi-cordo, batteria semplice e ben cadenzata, basso deciso e pianoforte classico. Già il titolo avverte di 'non avere paura' davanti a questa esecuzione perfetta, ma do un consiglio: abbiatene! Cadenza tra blues e jazz dolce è "Saint Tropez", ballata stile vecchia america con assolo di Wright dopo 2'24" che si traveste da pianista sull'oceano di note che intende regalarci generosamente, l'assolo dura un minuto circa è fa da 'dulcis in fundo' al brano. Brano particolare è invece "Seamus" dove la band inglese apre con un cane (il cui nome da il titolo al brano) che abbaia e che lo fa per tutto il pezzo (avete capito bene, per tutto il pezzo), la cosa scioccante è che ci sta proprio bene sul piano di Wright ed è anche molto intonato. L'album chiude i battenti per non riaprirli mai più con "Echoes", pezzo colossale che ha dato il nome anche ad una raccolta del 'fluido rosa'. Più di venti minuti da suoni, voci, giri musicali azzeccati e rapporti tridimensionali con gli ecosistemi che avvolgono il brano. Suono cadenzato e tetro nel principio e chitarra di Dave da capogiro, prima leggera e soffiata ma poi cattiva dopo alcuni minuti su le sponde Rock e Blues del fiume di musica che presenta il pezzo, il fatto è che Dave balza da una sponda all'altra con maestrìa innata e senza forzare i tempi o le esigenze uditive. In due parole "Echoes" è delirio cosmico! 

postato da: Jegervoice alle ore 14:18 | link | commenti (24)
categorie: pink floyd

THE DOORS - The Doors

1967


the doorsAlbum d'esordio della banda comandata da Jim Morrison, istrionico artista che ha 'sodomizzato' e influenzato gran parte della musica della fine degli anni '60 e dei primissimi anni '70. Lavoro spettacolare se consideriamo anche il periodo in cui fu scritto e composto, cioè quando il mondo accoglieva ipnotizzato i 'quattro ragazzi di Liverpool' e gli antagonisti americani che si facevano chiamare Rolling Stones. A parte alcuni pezzi decisamente troppo adatti all'epoca in questione presenta dei capisaldi della musica rock e hard-rock che gli anni '70 ci hanno donato generosamente, primo su tutti il mio preferito del cd "Break on through (to the Other Side)" che parte con un basso e chitarra in stile prettamente jazz per poi passare ad un ostinato  e coinvolgente ritornello decisamente rock con la voce di Morrison cattiva e volutamente graffiata che entra nelle viscere e confonde la realtà con substrati pentagrammati. La brevità del pezzo, appena 2'30", rende il brano ancora più incisivo. Quanto il cantante sia stato influenzato dal 'Re' del rock'n roll lo dimostra il brano "The crystal ship" che con la parte vocale molto profonda e ben intonata riporta al genio di Memphis, smentendo chi dava Morrison per un dilettante di basso borgo per giovani ragazzine ingrifate. Nell'album viene anche citato un colosso cinematografico del periodo in questione "Twentieth Century Fox" che scanzonato da questi ragazzi ribelli imprimerà in loro la fama di anti-conformisti e in aperta opposizione all'intero sistema economico musicale e cinematografico (tanto per intenderci il 'perenne assente' Morrison pare che odiasse quasi ogni sorta di sfruttamento per scopi commerciali dei suoi pezzi). Ah... questo disco contiene "Light my fire" e "The end", primo dei due suonato milioni di volte da milioni di gruppi (non esagero con le cifre) fino ai nostri tempi. Bello il concetto che viene venduto in questo brano ma decisamente lungo per un gruppo mediocre in fatto di capacità esecutive, lunga la parte strumentale centrale (fatta eccezione per la chitarra che fraseggia in blues a tratti) e lunga la parte dell'organo.  Logico pensare che il gruppo inserisse queste parti lunghe in un brano per permettere nelle esecuzioni dal vivo a Morrison di giocare col suo corpo e con il pubblico a suon di 'Vaffanculo' e 'Voglio fottervi tutti'. Riuscito il giro di note dell'organo in apertura del pezzo e del 'bridge'. Strepitoso giro armonico blues in "Back door man" dove la voce si fonde con l'organo e la chitarra in un insieme di suoni corroboranti e che fanno bene al cuore. L'assolo centrale della chitarra, nonostante non virtuoso per ciò che concerne la tecnica, resta molto intrigante e dannatamente blues, in completa armonia con la voce graffiata e a tratti  stonata di Morrison. Spudorata citazione ai 'quattro ragazzi di Liverpool' nel pezzo "I looked at you" dove vengono 'improvvisate' seconde voci e cadenze di batteria in pieno stile Beatles. Ballata romantica "End of the night" che passando per un altro brano porta al motivo per cui ha molto senso ascoltare l'album in oggetto, ovvero ascoltare,  mangiare e digerire "The end"!  11'43" di puro godimento percettivo ed uditivo che, se provate a spegnere le luci e chiudere gli occhi, vi proietterà nella concezione cosmica che Morrison aveva della fine, la fine di ogni cosa, ma anche la fine di qualsiasi cosa vogliate che finisca, semplicemente la fine. Il pezzo riporta coi suoi suoni agli indiani d'america (che folgorarono il piccolo Jim nell'infanzia) e ripercorre i principi di vita e non vita del cantante scanditi con perfetta armonia dai suoni volutamente imprecisi ed estenuanti della chitarra e un'azzeccata parte ritmica. "...this is the end, my only friend, the end..."!
Altri brani presenti: "Soul kitchen",  "Alabama song (Whisky bar)", "Take it as it comes".

 

 

postato da: Jegervoice alle ore 08:20 | link | commenti (4)
categorie: the doors

COME TASTE THE BAND - Deep Purple

1975


come taste the band"Monumentale" album della compagine inglese che nel 1975 sbaragliava tutti vendendo milioni di copie nonostante l'allontanamento del chitarrista, nonchè leader carismatico del gruppo, Ritchie Blackmore. Questo è infatti il primo album del dopo Blackmore, sicuramente leggendario e maledetto chitarrista, ma azzarderei meno incisivo del giovane Tommy Bolin che con la sua freschezza esecutiva e spiccata capacità compositiva aggancia (questo è il termine esatto) in questo album tutte le note possibili e immaginabili racchiuse in una chitarra elettrica con sei corde e le rende sferzanti fiammate sonore, regala assoli da capogiro e da febbre alta, molto alta, dopo averlo ascoltato. E' un prodigio della natura! Peccato che muore precocemente, mentre promuovono l'album in giro per l'universo allora conosciuto, il 4 dicembre '76 alle 3 a.m. La band in questo album è composta dai soliti Hughes e Coverdale in qualità di voci soliste e il primo anche bassista, Jon Lord alla tastiera/hammond e Ian Paice alla batteria. Specifico la formazione per questo album perchè i Deep Purple l'hanno spesso cambiata a volta quasi completamente. Passando alle singole canzoni, si inizia con "Comin' home"  che, noncurante dello spazio metrico/ritmico che la musica solitamente donava in quel periodo, raggiunge velocità psichedeliche che feriscono indelebilmente le percezioni sensoriali, da curare l'assolo di chitarra del giovane Bolin che con questo presenta il suo bigliettone da visita al mondo intero. Passando dal secondo brano "Lady Luck" che mantiene i canoni classici del blues-rock concepito oltre Manica si arriva a "Gettin' Tighter" che con il giro di accordi iniziali della chitarra trasferisce il brano sul pianeta Venere e regala virtuosismi vocali di Glenn Hughes che supera di gran lunga il collega Coverdale. Peculiarità del brano l'intermezzo funky che rende il gruppo pioniere del genere Progressive (quindi assemblaggio di più stili in un solo pezzo) che negli anni '80 spopolerà. Nell'album è presente il brano "Drifter" che ricalca molto il genere dei Deep Purple pre-Bolin e conferma il marchio stilistico che ormai spopolava già da qualche anno in Inghilterra; sul finire rallentamenti e improvvise accelerazioni spiegano ai fans come dopo qualche anno il Rock si sarebbe evoluto in tal senso. Considerevole "Love child", brano sperimentale quasi in ritardo (o forse in anticipo visto il largo uso negli anni '80 dei suoni sintetizzati) che racchiude al proprio interno tecniche preziose dell'eccellente tastierista Lord. Ballata decisamente non classica è "This time around/Owed to 'G'" che per esattamente metà canzone regge le basi del lentaccio ma poi viene impreziosita e ravvivata da una cadenza molto rock ed espressiva con la galoppata finale di Bolin. Ottima l'esecuzione di Hughes alla voce che nella prima metà del brano regala emozioni vellutate e al contempo pungenti. L'album da l'addio con "You keep on moving", prezioso impasto di voci e suoni, nonchè eccelso Jon Lord con 44 secondi di assolo. Altri brani presenti: "Dealer", "I need love".

postato da: Jegervoice alle ore 08:15 | link | commenti (2)
categorie: deep purple
lunedì, 13 novembre 2006

ROCKS - Aerosmith

1976


RocksIn assoluto l'album che ha consacrato la band americana e l'ha iniettata direttamente nelle vene del grande pubblico rockettaro dell'epoca, non esclusi molti artisti che hanno sostenuto di essersi ispirati a questa loro opera rock. Il sound puramente blues presente nei primi album lascia il posto ad una perfetta miscellanea tra rock e blues con i classici riff delle band suddiste americane dell'epoca. L'album contiene pezzi che gli Aerosmith riproporranno diverse volte (forse troppe) nei loro live a seguire fino ai nostri giorni. Su tutti l'overdosato "Back in the saddle" che apre l'album mettendo in bella mostra la voce cattiva e agghiacciante di Steven 'Tallarico' Tyler  e brevi virtuosismi  di batteria. L'album contiene il mio pezzo preferito della band  ovvero "Nobody's fault" con uno degli assoli di chitarra, sul finale del pezzo 'ad libitum', più belli ed espressivi che lo stesso Joe Perry (chitarra solista del gruppo) ricordi di aver mai fatto.  Da citare anche "Rats in the cellar" che col passare del tempo i live hanno rallentato ma che in studio partiva come un pezzo molto veloce e ben cadenzato. Nell'album non sono presenti delle ballate classiche con scanditure di batteria notoriamente molto lente (in "Home tonight" hanno trovato una buona via di mezzo) per scelta degli stessi membri che volevano mantenere un marchio puramente Rock e aggressivo, 'scelta aziendale' che col passare del tempo è cambiata considerevolmente.  Gli altri brani sono: Last Child, Combination, Sick as a dog, Get the lead out, Lick and a promise, Home tonight.                              

postato da: Jegervoice alle ore 14:58 | link | commenti (1)
categorie: aerosmith

Perchè?

Spesso ci si chiede il perchè delle cose che ci ronzano attorno. Era da un pò che mi chiedevo "perchè" non rendere pubbliche le mie opinioni sugli album di musica che solitamente ascolto, quindi è giunto il momento. Ieri sera chiacchierando con un mio caro amico (l'unico a pensarci bene) ho partorito l'idea di fare le mie fottute recensioni, tra l'altro ho esordito dicendogli: "Sai che voglio fare anche io come te un blog, secondo te su cosa lo voglio fare?", lui che ormai conosce anche quanti capelli ho in testa (il numero esatto) mi fa: "sulla musica". GRANDE! Ha azzeccato in pieno. Detto questo preciso che le mie saranno recensioni dettate dalla mia personalissima e insindacabile sensazione ed emozione, quindi accetto reclami e opinioni diverse ma difficilmente le condividerò. Non è presunzione, è solo voglia di coerenza con le mie emozioni in fatto di musica. Il titolo del blog riassume in tre parole, anzi quattro, il mio parere sul Rock che è stato, è, e sempre sarà il mio spirito guida nelle recensioni e nella mia vita. Per questo motivo la maggior parte delle mie recensioni verteranno sul periodo in cui il Rock è nato e morto, cioè dala fine degli anni'60 ai primissimi anni '80. Il resto è cronaca!

postato da: Jegervoice alle ore 09:49 | link | commenti (21)
categorie: musica